Cherreads

Chapter 4 - "La terra dei morti non è come la immaginavo"

Quella mattina, Andrea si svegliò presto. Non poteva dire di aver dormito bene in quello spazio stretto e al freddo, ma non si sentiva stanco. Si alzò in piedi e aprì leggermente la tenda per guardare all'esterno: la strada che li aspettava era probabilmente ancora molto lunga, e davanti a loro si alzavano tante collinette che, oltre a nascondere l'orizzonte, avrebbero reso ancor più lento il loro viaggio e ancor più irrealizzabile il proposito di andare in linea retta. C'era però ancora abbastanza pane nei loro zaini, e il silenzio di quella steppa saziava in Andrea ogni altro bisogno e zittiva ogni possibile lamento.

Mai il sole fu così bello, né il sentirsi nel proprio corpo più soddisfacente.

Uno dopo l'altro anche gli altri si alzarono, mangiarono un pezzo di pane a testa e fecero i loro bisogni dove potevano: quella vita da selvaggi non era certo ciò che si aspettavano, ma c'era qualcosa in quella vuota steppa che dava un peso diverso a ogni loro azione. 

Lontani da tutto e tutti, quei quattro ragazzi erano ora al centro di un piccolo mondo dove esisteva solamente quell'infinito che si allungava in ogni direzione deformandosi sulle colline giallastre e sotto la fredda luce del mattino. 

Quando capirono che era il momento di ripartire, Davide iniziò a smontare la tenda: «Ci servirà, se dobbiamo dormire di nuovo qui.» 

Svitò un bullone alla volta, lasciò cadere le tante piccole mazze di metallo che reggevano la struttura e le infilò nello zaino. 

Luca arrotolò il lungo telo, lo mise nello zaino e si alzò in piedi con uno scatto:

«Siamo pronti!» 

Vedendo il suo amico cadere quasi all'indietro e riequilibrarsi con due goffe bracciate, Davide sorrise.

«Vuoi fare cambio?»

Luca scosse la testa: «No, va bene così.» 

«Speriamo bene.»

«Direi di andare.» fece Andrea «Chissà quanta altra strada abbiamo davanti.»

I ragazzi salirono sulle loro bici e incominciarono a pedalare.

La fatica era la stessa del giorno prima, ma il sole non era più tanto forte e le piccole variazioni che facevano per girare attorno alle colline li tenevano sempre impegnati, concentrati sulle tracce invisibili dei due uomini che avevano iniziato tutto.

«Voi avevate mai pensato di fare una cosa del genere?» chiese Luca dopo qualche ora che continuavano a pedalare.

«Direi proprio di no.» rispose Davide con una risata.

«Io sì, a dirla tutta.» disse Andrea «Ho sempre trovato strano che il mondo fosse tutto lì, tra quei palazzi. Anche se si tratta di spazio vuoto con qualche rovina in giro, sapevo che prima o poi avrei voluto vedere questo posto.» 

«Ed eccoti qua.» rispose Nicola «Sai, lo capisco che intendi. Adesso che siamo qui, stiamo vedendo cose che non ha mai visto nessuno. È interessante.»

«Quasi nessuno.» sorrise Andrea.

«Già.»

«Io l'ho pensato, più o meno, una volta.» si aggiunse Luca.

«Ma dai.»

«Non proprio di venire qui, ma pensai a come sarebbe stato vivere lontano da casa. Una volta scappai da mio padre. Non ricordo perchè lo feci. Mamma era sparita da poco e forse volevo andare a cercarla, anche se non avrei mai ammesso una cosa del genere. Stetti fuori casa solo per qualche ora, e iniziai a morire di paura. Ricordo che trattenni le lacrime fino alla fine, fino a quando mio padre mi ritrovò. In quel momento pensai che ero stato un idiota, e che non l'avrei mai ringraziato abbastanza per avermi ritrovato.»

«Che pesantezza, cazzo.» disse Nicola.

«Sì, un po'.» sorrise Luca. 

«E adesso lo sto facendo preoccupare di nuovo.» continuò abbassando lo sguardo, ma senza perdere il suo sorriso «Mi sa che sono proprio come lei. Era così che doveva andare.»

«Direi che non siete gli unici, allora.» rispose Davide.

Nicola annuì: «Era così che doveva andare.»

Le ruote girarono, e l'erba cambiò colore oltre una collina.

I ragazzi scesero dalle loro bici per guardare quella distesa di verde, un verde acceso e luminoso che si estendeva per centinaia di metri fino a un lontano colle che era ben più alto degli altri e che era circondato da tanti edifici che riempivano lo spazio sopra e attorno ad esso. Non erano palazzi di cemento, ma spigolose casette di legno con tetti spioventi e torri di pietra collegate da grosse mura.

«Questa è… una terra di morti?» chiese Davide a bocca aperta, poi si abbassò per accarezzare quel prato.

«Ma l'erba è così fresca…»

I ragazzi osservavano in silenzio quel quadro di un barocco contraddittorio: a separarli dalla strana città, centinaia di piante dalle folte chiome erano ordinatamente disposte in numerosissime file, come le case nel loro paese. Luccicanti frutti che aspettavano di essere colti pendevano da quei grandi arbusti che si ergevano verso il cielo: erano piante molto alte, non ne avevano mai viste così.

«Dobbiamo fare attenzione.» disse Nicola nervoso «Questa Serece è sicuramente più grande di quanto pensassimo, non credo siano solo in due.»

Senza dire niente e continuando a fissare ciò che era davanti a lui, Andrea iniziò a camminare.

«Lo hai sentito o no?!» alzò la voce Davide.

Tutti lo seguirono e, passeggiando tra quei giganti di legno sotto le verdi foglie da cui filtrava la poca luce che bastava a guidarli, quasi si persero tra i rugosi pilastri di quel labirinto. 

Quando tornarono alla luce, la meraviglia dei ragazzi si trasformò in un profondo terrore: davanti a loro vi erano dei campi coltivati, sulle cui umide corsie era inginocchiata una giovane.

La ragazza si alzò in piedi quando vide i quattro: il suo sguardo li squadrò gelido con due occhi profondi, bruni e scuri come i lunghi capelli. Rimase immobile per qualche secondo nel suo vecchio marrone abito da contadina, poi corse via.

Andrea scattò: «Ragazzi, dobbiamo-»

«Di là!» indicò Davide sentendo delle voci avvicinarsi dalla vegetazione dietro di loro.

I quattro corsero verso il più vicino dei capannoni di legno e vi entrarono guardandosi le spalle.

Cercarono di riprendere fiato mentre si guardavano attorno: in quello stanzone in penombra c'erano un gran numero di vacche che andavano avanti e indietro fermandosi ogni tanto per mangiare del fieno che era stato lasciato loro al centro della stanza; c'erano forche, pale, secchi e altri attrezzi di metallo poggiati alle pareti di legno vecchio e rovinato. 

Una strana puzza appesantiva l'aria in quel capannone: se ne avessero avuto la possibilità, i ragazzi sarebbero corsi via.

«Faremo attenzione a non farci vedere, eh?» fece Nicola pungente. 

«Poteva andare meglio, ma non è la fine del mondo.» rispose Luca «Dobbiamo andarcene via di qui. Passeremo tra quelle piante, saremo protetti.»

«Detto così sembra facile,» lo interruppe Nicola «ma se ci vedono che facciamo? Prendete quegli attrezzi, potete usarli come ar-»

Improvvisamente, il portone si spalancò.

Quando la luce invase la stanza, i ragazzi fecero giusto in tempo a nascondersi fra le vacche prima che entrasse una figura alta e ossuta.

«Allora, da chi pensate di essere venuti? Fuori dalla mia proprietà, ladri schifo-»

L'uomo venne interrotto dal tonfo di una pala contro la sua nuca: Nicola lo aveva colpito alle spalle con il primo attrezzo a portata di mano, facendogli perdere l'equilibrio.

«Adesso siamo noi i ladri?» sorrise girandosi verso i suoi compagni «A vederlo così, questo non sembra pericoloso come quelli di ieri!» 

«Effettivamente è un povero vecchio.» disse Davide stranito.

«E io che stavo per dire che una pala non sarebbe servita a nulla.» commentò Luca.

L'uomo era piuttosto anziano, aveva degli sporchi vestiti larghi e un cappello di stoffa con qualche buco. Portava una corta e grigia barbetta attorno alle labbra screpolate. Si alzò a fatica, poi urlò sputando tra i denti storti: «Adesso basta, fuori di qui!»

Nicola gli puntò contro la pala e questo bastò a zittirlo una seconda volta: «Tieni le mani in alto! Tu conosci quei ladri, portaci da loro! Vogliamo vedere i capi di Serece!»

«Col cazzo che lo vogliamo!» urlò Davide.

«Sei impazzito?! Ne basta uno come quelli di ieri e siamo finiti.» esclamò Luca.

«Ma di che diavolo state parlando?!» li fermò il vecchio spazientito «Questa è solo una fattoria, e gli unici ladri li vedo davanti a me! Non mi sono mai allontanato da Colle di Preste, siete venuti a torturare la persona sbagliata… E toglimi quella cosa da davanti agli occhi!»

Nicola lo ascoltò. I ragazzi indietreggiarono di pochi metri per parlare tra loro.

«Allora, che altro volete? Forza, andatevene subito.»

«Signore…» lo chiamò Andrea «Non sappiamo dove siamo e non sappiamo dove andare, non è che potremmo fermarci qui per un po'?»

«Non scherziamo.» rispose l'uomo. I ragazzi avrebbero potuto reagire in mille modi diversi, ma ora c'era una pistola a leva puntata verso di loro.

«Venite nella mia fattoria a fare casino, provate a spaccarmi la testa con la mia pala e ora volete anche che vi dia casa mia? Io a quelli come voi li-»

«Nonno, posa quella cosa.» disse una ragazza dai lunghi capelli bruni, che avrà avuto la stessa età dei quattro. 

«È la ragazza di prima…» fece Davide a bassa voce.

«Grande osservatore.» rispose lei, poi continuò «Li hai visti come sono vestiti? Sembrano dei giullari. Non sanno nemmeno dove si trovano, dubito che saranno un problema.»

Il contadino rimase in silenzio.

«Per favore, non ci serve molto, potremmo lavorare per lei!» esclamò Luca.

Fu con quelle parole magiche che l'anziano cedette: «Lavoro per vitto e alloggio. Potrebbe esservi conveniente, o forse no. Sicuramente è conveniente per me.»

«Quindi affare fa-»

«Ci dobbiamo confrontare.» lo interruppe Davide.

L'uomo annuì e uscì dal capannone seguito dalla ragazza.

«Non è Serece, ma ci conviene fermarci qui per un po'. Ci serve del cibo, e potremmo cercare di farci dare delle indicazioni.» disse Luca.

«Sì, potremmo prepararci meglio. Non sappiamo quanto siamo lontani da Serece.» aggiunse Andrea.

«E sinceramente io sto morendo di sete.» approvò Nicola.

«Va bene, anche se questo posto sembra essere rimasto indietro di qualche secolo. Ricordiamoci che siamo qui solo di passaggio, non mi prenderei troppi impegni.» disse Davide.

«Hai un'idea migliore?» chiese Andrea «Nessuno ha detto che debba durare tanto.»

«Vediamo se possiamo chiedere anche soldi, oltre all'alloggio. Potrebbero servirci.»

I tre annuirono, poi tutti uscirono dal capannone.

«Signore, sappia che viaggiare costa. Con il solo vitto e alloggio non riusciremo ad andare avanti. Se può darci anche una paga, saremo fuori di qui tra pochi giorni e non ci rivedrete più.»

L'uomo ascoltò Luca in silenzio, mentre fumava una sigaretta, poi ci pensò per un pò: «E quanto volete?»

«Quanto basta per procurarci del cibo prima di rimetterci in viaggio.»

L'uomo sorrise: «Va bene, allora. Iniziate subito, ecco» disse indicando una grossa cassa di legno che si trovava lì vicino «Portatela alla taverna nella piazza dell'obelisco, su al colle.» 

Detto ciò, l'uomo si allontanò ed entrò in un altro capannone, chiudendosi la porta alle spalle. 

«Quindi, ora che si fa?» chiese Nicola.

«Come ha detto lui, portiamo questa cassa a destinazione. Nel frattempo, vediamo un po' com'è questo posto.» rispose Andrea. Sorrideva.

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