Cherreads

Chapter 20 - Il peso di un nome

L'appartamento di Terzus a Kaelos non era una casa, ma un manifesto di potere statico. Colonne di marmo venato di metallo sostenevano soffitti così alti da risultare oppressivi, mentre l'aria era saturata da un profumo di incenso purificatore che pizzicava le narici.Terzus sedeva dietro una scrivania di ossidiana, la luce azzurrina dei terminali olografici che gli scavava rughe profonde sul volto. Non alzò lo sguardo quando la porta si aprì.«Sei in ritardo di tre minuti per il nostro incontro, Caius,» esordì il Generale. La sua voce era un basso continuo, privo di emozione.Caius rimase sulla soglia. Indossava una tunica di seta color avorio, troppo leggera per quel clima, con le mani infilate nelle ampie maniche. «Il tempo è un concetto relativo quassù, padre. Non c'è sole che tramonta nella Cittadella.»Terzus alzò finalmente gli occhi. Erano freddi, esperti nel pesare il valore di un uomo in un istante. Con un gesto lento, indicò una piccola cassa di legno posta sul bordo della scrivania.«Avvicinati.»Caius obbedì, mantenendo un'eleganza che rasentava l'insolenza. All'interno della cassa giaceva un frutto raro dei Mondi Esterni, una mela di vetro commestibile che brillava di luce propria, e accanto ad essa, un pugnale da combattimento in lega, brutale e opaco.«La carota e il bastone,» sussurrò Caius con un mezzo sorriso. «Sei diventato prevedibile, padre.»«Sono diventato efficace,» ribatté Terzus. «Il frutto è per ricordarti che il tuo stile di vita esiste solo finché l'Impero mangia. Il pugnale è per ricordarti che, se non impari a impugnarlo, sarai tu a essere mangiato. Secundus è stato umiliato oggi. L'Imperatore ha fame di risultati, non di poesie. Ho ottenuto il mandato per la caccia. Questo significa che la nostra famiglia è sotto i riflettori. O mi darai prova di dignità, o sarai tu stesso a consegnare questo pugnale alle Ancelle perché facciano di te ciò che hanno fatto al Generale.»Si alzò, torreggiando sul figlio. Per un istante, la severità si incrinò, lasciando intravedere una strana, distorta forma di protezione. «Ti ho fatto preparare un posto nel mio stato maggiore. Osserverai la caccia dal ponte di comando. Imparerai come si schiaccia un'insurrezione. È la tua occasione per smettere di essere un ornamento e diventare un Valerius.»«Un Valerius,» ripeté Caius, il nome che pesava come piombo. «E se volessi essere solo me stesso?»Terzus lo guardò come si guarda un pezzo di artiglieria difettoso. «Allora saresti un cadavere. Ora vai. Prepara il tuo spirito. Domani mattina il Vultus scenderà nel Mall e tu sarai al mio fianco.»Il Generale uscì dalla stanza con il passo pesante degli stivali militari, lasciando il figlio solo con la luce morente degli ologrammi.Caius fissò il pugnale. Poi spostò lo sguardo sul codice biometrico che il padre, nella sua fretta autoritaria, aveva lasciato attivo sul terminale della scrivania per autorizzare il rifornimento del Mecha l Bastione di Giada.«Non sarò al tuo fianco, padre,» sussurrò Caius, e per la prima volta i suoi occhi, di solito languidi, brillarono di una determinazione febbrile. «Sarò al tuo posto.»Fece un cenno verso l'ombra dietro una colonna. Lo schiavo-lucertola emerse, tremando.«Prepara le mie sete e le casse mediche, schiavo. Stasera rubiamo un Dio.»Il ciclo di luce artificiale di Kaelos era sceso al dieci per cento, tingendo i corridoi di un blu cobalto elettrico e asettico. Era l'ora dei fantasmi e dei burocrati, il momento in cui la vigilanza dei veterani cedeva il passo alla noia delle reclute.Caius camminava lungo il corridoio che portava agli hangar privati, il cuore che batteva così forte da riverberare nelle tempie. Indossava una vestaglia di seta pesante sopra abiti tecnici leggeri; ai piedi, calzari che non emettevano suono. Dietro di lui, lo schiavo-lucertola strisciava nell'ombra, portando a tracolla due sacche tattiche piene di barrette proteiche e sieri rigeneranti rubati dall'infermeria di famiglia.«Chi va là?» La voce della guardia di turno risuonò metallica sotto l'elmo. La lancia termica sbarrò la strada.Caius non si fermò. Esalò un sospiro di puro fastidio, lo sguardo stanco e arrogante che aveva imparato a usare nelle peggiori cene di gala. «Il "chi va là" risparmialo per i ribelli, soldato. Mi sono dimenticato il mio inalatore di ossigeno purificato nel modulo di comando. Mio padre mi ammazzerà se domattina tardiamo la discesa perché suo figlio ha un attacco d'asma durante la discesa»La guardia esitò, abbassando lentamente l'arma. Conosceva Caius: il figlio debole del Generale, il ragazzo che non sapeva distinguere un fucile da un tagliacarte. «Signore, il Generale ha dato ordini stretti...»«Mio padre è con l'Ammiragliato a discutere di mandati imperiali,» lo interruppe Caius, avvicinandosi al volto del soldato. «Vuoi davvero essere tu quello che lo disturba per chiedergli se suo figlio può prendere le sue medicine? Perché se lo chiami, ti assicuro che la prossima settimana la passerai a contare i peli di schiavo nelle miniere di zolfo.»La scaltrezza di Caius colpì nel segno: la paura di Terzus era un'arma più affilata di qualsiasi lama. La guardia digitò il codice di sblocco. «Cinque minuti, signorino. Solo cinque minuti.»Caius entrò. L'hangar era una cattedrale di metallo freddo. Al centro, sospeso ai piloni magnetici, troneggiava il Bastione di Giada. Era immenso, un monolite verde scuro che sembrava assorbire la poca luce ambientale.«Presto, Sali nel vano posteriore,» sussurrò Caius allo schiavo. La creatura si infilò terrorizzata in una nicchia tra i servomotori delle gambe.Caius salì la scaletta d'emergenza e si calò nel pozzetto di pilotaggio. L'odore era quello di ozono e olio. Appena i suoi glutei toccarono il sedile in pelle rinforzata, i sistemi biometrici si attivarono con un sussurro elettronico."DNA RICONOSCIUTO. LIGNAGGIO VALERIUS CONFERMATO. BENVENUTO, GENERALE."«Non sono il Generale,» mormorò Caius, le dita che tremavano mentre cercava il comando di sgancio rapido. Fu in quel momento che la fortuna lo baciò: a pochi hangar di distanza, una fregata pesante avviò i motori per una pattuglia notturna. Il rombo sordo del decollo scosse l'intera struttura.Caius colse l'attimo. Sotto la copertura del boato esterno, attivò i propulsori gravitazionali del Bastione. Il Mecha emise un ronzio profondo, una vibrazione che Caius sentì fin nello stomaco, ma il rumore venne inghiottito dal ruggito della fregata.Con un movimento goffo, spinse la leva di rilascio dei magneti. Il Bastione si staccò dai supporti con un colpo secco.Dall'esterno, la guardia vide l'Armor più massiccio dell'Impero scivolare lentamente fuori dal molo, come se fosse stato spinto da una mano invisibile. Non ci fu decollo, non ci furono fiamme. Il Bastione di Giada si lasciò semplicemente cadere nel baratro.Caius sentì lo stomaco risalire in gola mentre la gravità lo tirava verso il basso, verso lo smog sottostante con le alte catene che si vedevano in lomtananza.Aveva appena rubato un Dio, e non aveva la minima idea di come farlo atterrare ne come si pilotasse, aveva letto tutto sul mecha del padre ma capì presto che tra la teoria e la pratica erano due concetti abissali.L'abitacolo del Bastione di Giada non era un sedile, era un sarcofago di ferro e impulsi neurali. Appena il Mecha abbandonò il supporto magnetico, Caius si rese conto dell'errore fatale: l'Armor era settato sulla stazza monumentale di Terzus. Le giunture biometriche delle spalle erano troppo larghe; le sue braccia galleggiavano nei vuoti dei guanti cinematici.Il Mecha non rispondeva. O peggio, rispondeva male. Mentre precipitavano nel vuoto, il Bastione imitava i movimenti scomposti di Caius: un braccio scattava a vuoto, una gamba si contraeva, facendo roteare la massa di giada in una spirale impazzita.«Allarme! Altitudine critica!» gracchiò la voce sintetica dell'intelligenza artificiale. «Distanza dal suolo: 800 metri... 700 metri...»«No, no, no! Merda!» urlò Caius, andando nel panico più totale. Cominciò a colpire freneticamente la console, premendo interruttori a caso, mentre lo schiavo-lucertola, nel vano posteriore, emetteva un sibilo di puro terrore. Le spie rosse illuminavano il volto del ragazzo, bagnato di sudore gelido.Poi, un lampo di scaltrezza in mezzo al caos.Caius puntò i piedi sui pedali idraulici e, con uno sforzo che gli tese i tendini del collo, si sollevò dal sedile. In quella posizione scomoda e precaria, riuscì finalmente a incastrare le proprie spalle nelle nicchie neurali del padre. Spinse le mani con forza finché le dita non trovarono l'alloggiamento dei guantoni enormi.Un clic metallico risuonò nelle sue ossa, non solo nelle orecchie.«AGGANCIO NEURALE COMPLETATO. PILOTA SINCRONIZZATO.»Il ronzio del reattore cambiò frequenza, diventando un ruggito armonioso. Caius sentì la massa del Bastione come se fosse il suo stesso corpo. In un riflesso disperato, spalancò le braccia e aprì le dita all'interno dei guanti.Dalla schiena massiccia del Bastione di Giada, le piastre rettangolari si aprirono con un fragore idraulico, liberando una vela frenante titanica in fibra di carbonio e campi magnetici. Il contraccolpo fu violento: Caius fu schiacciato contro le cinture, il fiato gli fu strappato dai polmoni, ma la caduta folle si trasformò in una discesa controllata.

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