Cherreads

Chapter 5 - L'ombra alle mie spalle

Poco distante, un vecchio boccale di peltro dimenticato sul tavolo iniziò a mutare. Il metallo opaco non divenne oro, ma si scompose e si ricompose in una struttura incredibile: divenne vetro colorato, leggero e istoriato con venature che sembravano ali di farfalla, pur mantenendo la forma originale.

​Silas si alzò in un soffio, allungando una mano callosa. Sfiorò il boccale: era liscio, vibrante. La magia che conosceva lui aveva sempre un prezzo, un odore di bruciato, un segno di fatica. Questa invece era... pulita. Assurda e bellissima.

​Perfino i chiodi di ferro che tenevano insieme la porta della stalla lì vicino, sotto l'ondata di quel calore emotivo, decisero di smettere di essere duri. Si arricciarono su se stessi, trasformandosi in petali di una materia morbida e grigia, che sapeva di rosa ma conservava il peso del ferro.

​«Tsuki, smettila... stai riscrivendo tutto,» mormorò Etan nel profondo, ma la sua non era più una protesta furiosa. Era una constatazione piena di meraviglia.

​Silas tornò a sedersi, ma stavolta non cercò l'arco. Si limitò a guardare quella ragazza dai capelli di luna che dormiva col respiro profondo di chi ha mangiato a sazietà per la prima volta. Prese tra le dita una di quelle briciole diventate gemma e sorrise nell'oscurità.

​Non sapeva cosa fosse quella creatura, ma in quella capanna, per una notte, la realtà aveva smesso di essere una prigione per diventare un gioco meraviglioso.

​Tsuki aprì gli occhi lentamente. La sensazione di pesantezza allo stomaco era svanita, lasciando il posto a una strana, vibrante leggerezza. Si sentiva riposata, come se ogni fibra del suo corpo fosse stata ricaricata durante la notte. Accanto a lei, il posto nel letto era vuoto: Martha si era già alzata.

​Si tirò su a sedere, i capelli bianchi che le ricadevano sulle spalle come una cascata di seta. Nell'aria aleggiava ancora l'odore del gelsomino della notte prima, ma era sbiadito, coperto dal profumo del caffè d'orzo che bolliva sulla stufa.

​Dall'angolo della stanza arrivava un silenzio innaturale. Martha e Silas erano seduti al tavolo, le schiene curve, le teste chinate l'una verso l'altra. Erano così immobili che sembravano parte dell'arredamento. Non parlavano. Non si muovevano. Fissavano qualcosa sul piano di legno con un'intensità quasi dolorosa, come se distogliere lo sguardo potesse far svanire il mondo intero.

​Tsuki scivolò fuori dal letto. I suoi piedi nudi non fecero rumore sulla terra battuta. Si avvicinò a loro, incuriosita da quel rito silenzioso.

​«Guarda lì, Tsuki...» mormorò Etan. La sua voce era diversa stamattina: meno isterica, più guardinga, carica di uno stupore che non riusciva a nascondere. «Guarda cosa hai fatto mentre dormivi.»

​Tsuki sbirciò oltre la spalla massiccia di Silas. Sul tavolo, sparse tra le crepe del legno, non c'erano più le briciole di pane della cena. Al loro posto, una manciata di pietre trasparenti catturava la prima luce del sole, rimandando bagliori così vividi da ferire gli occhi. Accanto, il boccale di vetro arcobaleno brillava come un tesoro sommerso.

​I due non si accorsero di lei. Silas allungò un dito calloso, sfiorando una delle pietre con la delicatezza con cui si tocca un neonato.

​«Non è possibile, mamma,» sussurrò l'uomo, la voce rotta. «Questi... questi valgono più di tutto il bosco. Più della nostra intera vita.»

​Tsuki fece un altro passo avanti, l'ombra del suo corpo cadde sul tavolo. Silas ebbe un sussulto, ma fu Martha a reagire per prima. La vecchia, che fino a un istante prima sembrava pietrificata dalla bramosia e dallo stupore, cambiò espressione nel momento esatto in cui i suoi occhi incontrarono quelli azzurro elettrico della ragazza.

​Il velo di concentrazione quasi ossessiva si spezzò. Il suo viso rugoso si aprì in un sorriso che scacciò via ogni ombra di avidità. Si alzò rapidamente, frapponendosi tra Tsuki e le pietre, non per nasconderle, ma per proteggere la ragazza da quel clima di tensione.

​«Buongiorno, passerotto!» esclamò Martha, la voce calda e squillante come se nulla di strano fosse accaduto. Si avvicinò a lei e le prese le mani, strofinandole per riscaldarle. «Hai dormito bene? Hai il viso fresco come una rosa di maggio, nonostante tutte le sciocchezze che diceva il tuo amico invisibile stanotte.»

​Silas rimase seduto, chiudendo d'istinto la mano a pugno sopra le gemme, guardando Tsuki con un'espressione che oscillava tra il sacro terrore e la venerazione.

​Tsuki guardò Martha, poi indicò i sassi lucenti sul tavolo. «Quelli... sono le briciole?» chiese, inclinando la testa. «Hanno cambiato pelle perché erano tristi di essere solo avanzi?»

​Etan ebbe un gemito mentale. «Tristi? Tsuki, hai trasformato del pane in diamanti purissimi! Non è tristezza, è chimica... o un miracolo che ci farà ammazzare tutti se qualcuno lo viene a sapere!»

​Ma Martha non sembrò turbata dalla spiegazione bizzarra della ragazza. Le accarezzò una guancia, ignorando il fatto che Silas stesse tremando. «Forse sì, piccola. Forse qui le cose cambiano pelle per farti piacere. Ma ora non pensiamo ai sassi. Lo stomaco chiama di nuovo, e ho messo a scaldare del latte che profuma di miele.»

​Nonostante il calore della donna, Tsuki sentiva la tensione di Silas come una corda tesa. L'uomo non riusciva a staccare gli occhi da lei, o forse da quello che lei rappresentava: un potere che poteva riscrivere la povertà in un battito di ciglia.

«Vai, passerotto. Esci un po' a respirare,» disse Martha, porgendole un secchio di legno leggero. «Il ruscello qui dietro è fresco e l'aria dell'alba ti toglierà di dosso il puzzo di fumo e di chiuso. Prendi un po' d'acqua, sciacquati il viso. Ti farà bene.»

​Silas scattò in piedi, facendo quasi cadere lo sgabello. Le gemme sul tavolo tintinnarono. «Ma mamma! Quello è il mio compito! Ci vado io al ruscello, lei non sa... lei potrebbe...» balbettò, con la foga di un bambino a cui è stato tolto il giocattolo preferito. In realtà, non voleva che lei si allontanasse; aveva paura che quel miracolo vivente potesse svanire tra gli alberi.

​Martha lo zittì con un colpo secco dello strofinaccio sulla spalla. «Siediti, tontolone che non sei altro! Guarda che spalle che hai, sembri un bue e ragioni come un vitello. Lasciala andare, ha bisogno di spazio, non di avere il tuo fiato sul collo ogni secondo.»

​Tsuki prese il secchio e uscì. Il freddo del mattino le pizzicò la pelle, ma non era spiacevole. Era... nuovo.

​«Tsuki, tieni gli occhi aperti,» mormorò Etan. La sua voce era diversa: piatta, monocromatica, come se parlasse da dietro una lastra di vetro. «Hai visto come guardavano quei sassi? Quello è uno sguardo avaro. Quell'uomo ti vede come una miniera d'oro, non come una persona. Devi essere guardinga.»

​Tsuki camminava verso il suono dell'acqua, ma si fermò un istante. «Guardinga?» ripeté, provando la parola sulla lingua. Non sapeva cosa fosse l'avarizia. Per lei, un sasso lucido o una briciola di pane avevano lo stesso valore: erano solo cose che cambiavano. «Perché parli così, Etan? Sembri... lontano. Come se fossi fatto di cenere.»

​Lui non rispose subito. Il silenzio nella mente di Tsuki divenne pesante.

​«Non è facile, vero?» continuò lei, e un velo di tristezza le accigliò il viso, spegnendo per un attimo la luce dei suoi occhi azzurri. «Stare lì dove sono stata io per diciassette anni. Nel buio. Senza mani per toccare, senza bocca per mangiare la zuppa. Ora sei tu l'ombra.»

​«Io sto bene,» rispose Etan, ma la menzogna era trasparente. «Pensa all'acqua. E non fidarti.»

​Arrivarono al ruscello. Per Tsuki, quel piccolo corso d'acqua che saltava tra le rocce era un fiume maestoso, una divinità d'argento che ruggiva. Vide dei pesciolini d'argento guizzare a pelo d'acqua, veloci come pensieri. Le sembrarono creature magiche, mostri gentili di un mondo sommerso.

​«Voglio prenderne uno,» disse con entusiasmo, alzando la tunica e facendo per immergere un piede nell'acqua limpida e gelida. Voleva sentire quella vita scivolarle tra le dita.

​«Fermati! Non farlo!» la bloccò Etan, e stavolta la sua voce ebbe un sussulto di vera preoccupazione. «C'è una cosa chiamata corrente, Tsuki. L'acqua si muove, ha una forza tutta sua. Ti spingerebbe via, ti trascinerebbe sotto le rocce. Non sei fatta di marmo adesso, sei leggera. Il fiume ti mangerebbe.»

​Tsuki ritrasse il piede, fissando l'acqua con un misto di rispetto e timore. «L'acqua mangia le persone?»

​«L'acqua non sceglie, Tsuki. L'acqua segue la sua strada e porta via quello che trova. Proprio come la vita fuori da quella cella.»

​Tsuki rimase a guardare i pesci, il secchio vuoto dimenticato nell'erba. Sentiva la tristezza di Etan scorrere dentro di lei come quella corrente gelida, e per la prima volta capì che essere libera significava anche avere paura di annegare.

Tsuki rimase accovacciata sulla sponda, le ginocchia affondate nel muschio umido e i capelli bianchi che sfioravano la superficie dell'acqua come fili di seta. Osservava quelle frecce d'argento che schizzavano sotto la superficie, incantata da come la luce si spezzasse sulle loro squame. Erano creature fatte di velocità e silenzio, e lei sentiva il bisogno fisico di capire come fossero fatte.

​«Non ci riuscirai mai a mani nude, Tsuki,» intervenne Etan. La sua voce era piatta, quasi un sussurro stanco che arrivava da una stanza lontana. «Sono più veloci di te. E se cadi dentro, la corrente farà il resto. È una forza stupida e cieca, ti trascinerebbe via senza pensarci.»

​«Ma io voglio vederli,» insistette lei, parlando sottovoce verso il proprio petto. «Voglio vedere come sono fatti quando non corrono.»

​Etan sospirò. Quella reclusione forzata nel buio della mente lo stava rendendo apatico, ma la curiosità di Tsuki era una scintilla che non poteva ignorare. «Allora prova così. Prendi una pietra. Una bella pesante, ma piatta. Se riesci a lanciarla nell'acqua proprio dove nuotano... se sei fortunata, il colpo ne stordirà uno. Galleggerà per un istante e potrai prenderlo.»

​Tsuki non conosceva il concetto di "difficile". Scelse un sasso grigio, levigato dal ruscello, e lo strinse forte. Sul suo viso apparve un sorridetto leggero, quasi impercettibile, ma i suoi occhi azzurro elettrico si accesero di una sfida pura. Si alzò in piedi, tesa e vibrante, e lanciò seguendo un istinto che non aveva bisogno di calcoli.

​SPLASH.

​L'impatto fu chirurgico. Dal fondo del gorgo, un pesce lungo quanto una mano iniziò a risalire, galleggiando su un fianco. Tsuki, con un gridolino di trionfo, si allungò sull'acqua e lo afferrò con entrambe le mani.

​Ma nell'istante in cui le sue dita si chiusero sulla preda, l'entusiasmo si trasformò in puro orrore.

​Il pesce era vivo, pulsante, ma soprattutto era coperto da uno strato di muco freddo e viscido. Le squame sembravano mille piccole lame gelate che le scivolavano sulla pelle. Tsuki si irrigidì istantaneamente. Rimase impietrita, quasi comicamente immobile, con le braccia tese in avanti e il pesce che si dimenava debolmente tra i suoi palmi. Il sangue le si gelò nelle vene per lo schifo.

​«Tsuki? Che stai facendo? Perché sei ferma come una statua?» chiese Etan, confuso da quel blocco improvviso.

​«E-Etan...» gracchiò lei, con un'espressione di disgusto profondo che le arricciava il naso. «Non mi piace. Non mi piace per niente. È... è bagnato ma non è acqua. È viscido. Sembra che mi stia sporcando l'anima.»

​«È un pesce, Tsuki. È normale che sia così.»

​«Voglio buttarlo via!» esclamò lei, ma le sue dita sembravano incollate per lo shock. La sensazione era così aliena e sgradevole che non riusciva nemmeno a coordinare il movimento per aprire le mani. Era terrorizzata da quella consistenza viscida. «Non ci riesco, Etan! Aiutami, toglimelo di dosso!»

​Etan, nonostante la sua malinconia, non poté fare a meno di provare una punta di divertimento davanti a quella reazione così esagerata. «Calmati. Quello che senti, quella voglia di scappare da una sensazione sgradevole, si chiama ribrezzo. O disgusto. È il modo in cui il tuo corpo ti dice che qualcosa non gli piace al tatto.»

​Tsuki fece una smorfia, tremando leggermente. «Il ribrezzo è orribile. È peggio della fame. Perché i pesci devono essere fatti di ribrezzo?»

​«Apri le mani e basta, piccola sciocca. Lascialo andare prima di trasformarlo in un sasso per lo spavento.»

​Con uno sforzo di volontà immenso, Tsuki scosse le mani con forza, lanciando il pesce di nuovo nel ruscello con un movimento goffo e frenetico. Lo guardò sparire nella corrente, poi iniziò a strofinarsi freneticamente le mani sull'erba bagnata e sulla sua tunica, cercando di cancellare quel ricordo tattile.

​«Mai più,» mormorò, col viso ancora contratto in una smorfia. «Mai più prenderò una cosa che ha il ribrezzo addosso.»

​Etan ridacchiò piano nel buio. Per un momento, il peso della loro situazione era sembrato più leggero, scacciato via dalla comica battaglia di Tsuki contro un pesce viscido.

Tsuki continuava a strofinarsi le mani freneticamente contro l'erba umida, poi sulla terra, poi di nuovo sulla tunica, ma quell'odore aspro e dolciastro di fango e squame sembrava esserle penetrato nei pori. Se lo sentiva addosso come una maledizione. Si portò le dita al naso, fece una smorfia di puro orrore e sentì lo stomaco rivoltarsi.

​«Puzza, Etan! Puzza ancora!» gridò quasi piangendo, dimenticando completamente il secchio nell'erba e il compito che Martha le aveva affidato. Nella sua testa c'era solo un pensiero: correre dalla signora gentile, l'unica che sapeva come pulire il mondo.

​Si voltò e scattò verso la capanna, inciampando tra le radici, con il cuore che le batteva nelle orecchie. «Tsuki, aspetta! Il secchio! La guardia!» cercò di avvertirla Etan, ma lei era sorda a tutto. Voleva solo che quel ribrezzo finisse.

​Arrivò alla porta e la spalancò con un colpo secco, pronta a chiamare aiuto, ma le parole le morirono in gola.

​Davanti a lei non c'era il calore del focolare, ma una barriera di muscoli e pelle scura. La schiena di Silas era piantata proprio sulla soglia, massiccia e immobile come una seconda porta di carne. Ma era quello che stava oltre di lui a gelare il sangue di Tsuki.

​Attraverso lo spazio tra il braccio e il fianco dell'uomo, vide la scena. Silas stringeva le pietre lucenti in una mano, le nocche bianche per la forza. Con l'altra, sosteneva il corpo di sua madre. Martha era accasciata, la testa reclinata all'indietro e gli occhi spenti, fissi sul soffitto di paglia. Non c'era più la scintilla vivace della donna che l'aveva cullata; c'era solo un guscio vuoto, pallido e agghiacciante.

​Tsuki rimase ammutolita, le mani sporche di pesce ancora alzate a mezz'aria. Il mondo intorno a lei sembrò fermarsi. La puzza del ruscello fu sostituita istantaneamente da un odore ferroso e antico: odore di morte.

​«Scappa... Tsuki, scappa!» urlò Etan, la sua voce era un graffio di puro terrore che le squarciò la mente.

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