Cherreads

Chapter 8 - Una lacrima di porcellana

L'aria di Oakhaven non sapeva più di sale e spezie. Sapeva di metallo surriscaldato e di disperazione.

Etan camminava con la testa bassa, le dita che artigliavano i bordi del mantello logoro da cacciatore che Tsuki gli aveva fatto indossare. Ogni passo sulle pietre sconnesse del sentiero principale era un insulto ai suoi ricordi. Le gloriose mura bianche della città, quelle che nei trattati storici erano definite "impenetrabili", apparivano ora come i denti marci di un gigante ucciso. Grandi squarci neri aprivano il fianco delle fortificazioni, i bordi della pietra fusi e vetrificati da un calore che nessuna catapulta avrebbe mai potuto generare.

«Non guardare in alto, Etan,» sussurrò la voce di Tsuki, tremante di un'ansia che lui sentiva pulsare alla base del cranio.

Ma Etan non poté farne a meno. Alzò lo sguardo e il respiro gli morì in gola.

Sopra la città, il cielo era violato. Tre colossi di metallo nero, le navi da battaglia di Kaelos, fluttuavano immobili come predatori in attesa. Erano mostri di geometria brutale, lunghi centinaia di metri, i cui motori a risonanza emettevano un rombo sordo, una vibrazione costante che Etan sentiva fin dentro i denti. Grandi glifi azzurri brillavano lungo le chiglie corazzate, proiettando una luce artificiale e fredda sulle rovine sottostanti.

Attraversarono la porta principale, o quello che ne restava. Al posto dei maestosi battenti in quercia argentata, c'era ora un varco sorvegliato da soldati in armature pesanti, i cui elmi riflettevano la luce delle navi volanti.

L'odore lo colpì come un pugno: era una miscela nauseabonda di urina, fumo chimico e il puzzo dolciastro di corpi ammassati. Lungo i lati della strada principale, le case un tempo eleganti dei mercanti erano state trasformate in caserme o centri di smistamento. Segni di conflitto erano ovunque: fori di proiettili magici sulle facciate, mobili fatti a pezzi usati per accendere fuochi improvvisati nei vicoli, e il suono costante, ritmico, dei martelli dei fabbri di Kaelos che riparavano le catene degli schiavi.

Etan si sentì piccolo. La sua mente, un tempo colma di teoremi e mappe, si svuotò. Non c'era logica in quella distruzione, solo la dimostrazione di una forza che non apparteneva a quel mondo.

Sentì l'ombra di Tsuki allungarsi nervosamente sul terreno, fondendosi con la fuliggine che ricopriva ogni cosa.

Un ordine abbaiato in una lingua gutturale bloccò la fila dei profughi. Il convoglio di Kaelos avanzò con un clangore di catene e legno vecchio.

In cima al carro, seduta su un asse di legno lordo, c'era una bambina elfo. Non poteva avere più di otto anni, ma il suo corpo appariva consumato da decenni di stenti. Le braccia erano poco più che ramoscelli secchi ricoperti di pelle pallida e tesa; Etan poteva contare ogni singola costola attraverso la tunica di sacco, che pendeva sulle sue spalle piccole come un lenzuolo su un cadavere. Era così magra che il glifo sul suo collo sembrava sproporzionato, un marchio di metallo pesante che gravava su una gola sottile come un fusto di fiore.

Etan sentì un sibilo acuto perforargli i timpani. Era Tsuki.

Le bende che avvolgevano la testa della piccola erano sporche di un siero giallastro. Sotto la stoffa, il vuoto lasciato dalle orecchie recise creava una deformità innaturale nel profilo del suo volto. La bambina non piangeva; non sembrava avere nemmeno l'energia per produrre lacrime.

«Etan… brucia… sento il vuoto… sento la fame…»

La voce di Tsuki era un rantolo agonizzante. Per lei, quella bambina era un buco nero di sofferenza. Tsuki percepiva la trama atomica di quel corpicino e la vedeva sfilacciarsi, indebolita dalla denutrizione e dal dolore cronico. Ogni sobbalzo del carro sulle pietre della piazza faceva sussultare la bambina, e ogni sussulto era una scarica elettrica nel cervello di Etan.

La piccola alzò lo sguardo. I suoi occhi, incavati in orbite troppo grandi per quel viso smunto, fissarono Etan per un istante. C'era una stanchezza ancestrale in quel contatto visivo, la consapevolezza di chi è stato ridotto a mera materia prima da un Impero che non spreca cibo per ciò che considera sacrificabile.

Etan fu costretto a distogliere lo sguardo.

Etan trascinò i piedi fin dentro l'ombra gelida di un vicolo laterale, lontano dal clangore del convoglio. Si appoggiò al muro umido, ansimando. Il ronzio delle navi volanti sopra la città sembrava voler scoperchiare il suo cranio.

«Etan… perché non facciamo nulla?» la voce di Tsuki era un sussurro rotto, una vibrazione che gli risaliva lungo la colonna vertebrale. «Quella bambina… stava svanendo. La sua trama era quasi trasparente.»

Etan si passò una mano tremante sul volto, sentendo la polvere nera di Oakhaven sulla pelle. «E cosa avrei dovuto fare, Tsuki? Morire con lei?»

«È una bambina, Etan.»

«È una schiava, Tsuki,» ribatté lui, e la durezza della sua stessa voce lo stupì. Usò il tono che suo padre, il Ministro, usava durante le cene di stato. «Secondo il Codice di Guerra che ho studiato nel terzo volume della biblioteca di mio padre, la popolazione non umana dei territori annessi decade da ogni diritto civile. Diventano proprietà dello Stato occupante. È… è la legge. Kaelos ha vinto. Quegli elfi ora sono legalmente materia prima.»

L'ombra ai suoi piedi ebbe un sussulto di disgusto. «Materia prima? Hanno ossa, Etan. Hanno sangue che scivola via. Le leggi di tuo padre non fermano il dolore.»

«Le leggi di mio padre servono a non farci impazzire!» sbottò Etan, abbassando subito la voce quando un soldato passò all'imboccatura del vicolo. «Se inizio a vedere esseri umani in ogni pezzo di carne che Kaelos trascina in gabbia, non farò un altro passo. Mio padre diceva sempre che un amministratore deve saper distinguere tra l'empatia e la stabilità del sistema. Ora noi siamo fuori dal sistema. Siamo anomalie.»

Si guardò le mani. Erano sporche, pallide, eppure sentiva quella strana pressione atomica che premeva per uscire.

«Dobbiamo mangiare, Tsuki. Se non mangiamo, la tua percezione del dolore altrui mi ucciderà prima che i soldati ci trovino. Dobbiamo trovare un posto dove nasconderci e osservare come funziona questa "nuova Oakhaven". Non siamo qui per liberare schiavi. Siamo qui per non diventare come loro.»

Tsuki rimase in silenzio per un lungo istante. Poi, l'ombra si rimpicciolì, stringendosi attorno ai suoi stivali come a volersi nascondere dal mondo. «Tuo padre ti ha insegnato molte parole per nascondere la paura, Etan. Ma la tua anima sta urlando esattamente come quella bambina.»

Etan si appoggiò al muro viscido del vicolo, il respiro ridotto a un rantolo asmatico. Le sue mani tremavano così forte che dovette stringere il sasso con entrambe le palme per non farlo cadere nel fango.

«Tsuki… ascoltami,» sussurrò, e ogni parola sembrava costargli un'oncia di forza. «Siamo al limite. Il mio cuore batte troppo forte e la vista mi si sta appannando. Se entriamo in quella locanda come straccioni senza nulla da offrire, ci cacceranno a calci o ci venderanno ai soldati per una ciotola di zuppa.»

«Sei debole, Etan,» rispose l'ombra, la sua voce era un'eco di pura preoccupazione che gli vibrava nelle ossa. «Sento il tuo sangue scorrere troppo veloce. Fermati.»

«Non possiamo. Dobbiamo avere qualcosa di valore. Senza un peso da gettare su quel bancone, non abbiamo diritti.» Etan fissò il sasso grigio. «Userò la tua forza per riscrivere questa pietra. Ma sono già svuotato, Tsuki. Sento che la mia mente è come una candela quasi consumata. Appena avrò finito di mutare la materia, il mio corpo si spegnerà per non morire. Lo sento… il buio è già ai bordi dei miei occhi.»

Fece un respiro profondo, cercando di stabilizzare il tremore.

«Quando accadrà, dovrai essere tu a tenerci in piedi. Prendi l'oggetto, cerca il calore della locanda e dallo all'uomo dietro il legno. Non parlare, ottieni solo un posto dove possiamo sparire. Ti affido… ci affido a te.»

Etan chiuse gli occhi e affondò la sua volontà nel sasso.

Fu come cercare di sollevare un ponteggio d'acciaio con le dita nude. Non appena iniziò a forzare la grana della pietra per renderla densa e liscia, una fitta lancinante gli attraversò le tempie. Il corpo di Tsuki reagì allo sforzo irrigidendosi come una molla sovraccaricata. Sotto la pressione mentale di Etan, il calcare smise di essere secco e poroso; divenne una massa calda, oleosa, incredibilmente pesante.

Ogni battito del cuore gli rimandava un lampo bianco nel cervello. Sudore gelido gli imperlò la fronte. Sentì la pepita d'oro solidificarsi nel palmo, pesante e definitiva, ma il prezzo fu la sua coscienza.

Adesso… tocca a te…

La mente di Etan si arrese. Il sipario calò.

Il corpo non cadde, ma il suo assetto cambiò istantaneamente. La schiena si raddrizzò con una fluidità sovrumana, la testa rimase inclinata di lato per un secondo, come quella di un predatore che si sveglia in un territorio ignoto. Tsuki sentì il peso della pepita d'oro. Non ne capiva l'importanza sociale, ma sentiva che era l'ultimo comando del Pilota.

Uscì dal vicolo. Il suo passo era silenzioso, un movimento d'ombra vestito di carne. Per lei, la porta della taverna era una ferita di luce e calore nel fianco della strada fredda. Entrò.

Il brusio della locanda, l'odore acre della birra e il grasso delle carni arrostite la investirono. Tsuki ignorò tutto, puntando dritta al bancone, che percepiva come una massa di legno calda e solida. Senza guardare l'uomo che vi stava dietro, lasciò cadere la pepita.

Il clack metallico, pesante e inequivocabile, zittì gli avventori più vicini. Il locandiere, un uomo massiccio con la faccia segnata dal vaiolo, smise di versare da una brocca. Fissò quel pezzo d'oro scuro e irregolare, poi guardò il ragazzo pallido i cui occhi sembravano riflettere il vuoto del vicolo da cui era appena uscito.

«È vero?» mormorò l'uomo, allungando una mano verso l'oro con una bramosia che fece rabbrividire l'ombra di Tsuki.

Lei non rispose. Rimase immobile, aspettando che quel "valore" le aprisse la strada verso il calore.

Ogni movimento le sembrava goffo, limitato dalla gravità e dalla densità delle ossa. Appoggiò la pepita sul legno unto.

Il locandiere non rispose subito. Estrasse una piccola pietra piatta, incisa con un glifo che emetteva una debole luminescenza gialla: una pietra di paragone incantata. Strofinò l'oro sulla superficie. Per un istante, il glifo brillò di una luce bianca, accecante, pura.

L'uomo sbiancò. Il colore abbandonò il suo volto, lasciando spazio a una maschera di puro terrore. Quella non era una moneta limata o oro commerciale; era materia pura, un'anomalia che urlava "magia proibita". Con un movimento convulso, coprì la pepita con la mano grassoccia e la fece sparire in una tasca, guardandosi intorno con gli occhi sbarrati.

«Nel retro. Ora,» sibilò, la voce ridotta a un soffio rotto.

Tsuki lo seguì, infastidita dalla lentezza di quel corpo che ora chiamava suo. L'uomo le spinse davanti una ciotola di zuppa densa e una pagnotta secca, prima di sparire di nuovo verso la sala principale, tremando come una foglia.

Tsuki guardò il cibo. Non era desiderio, era un calcolo. Portò il cucchiaio alla bocca. La zuppa era viscida, il sapore del sale e del grasso era un'aggressione chimica che le inondò le papille gustative. Masticò il pane secco, sentendo la consistenza dura e granulosa grattarle la gola. Era un processo meccanico: inserire energia per evitare che il "pilota" svanisse del tutto. Mentre mangiava, sentiva il calore dello stomaco diffondersi lentamente, sciogliendo l'ovattazione nei suoi nervi.

Si chinò sulla ciotola, i muscoli del collo tesi. In quel movimento brusco, il cappuccio logoro scivolò all'indietro.

I suoi capelli d'argento scivolarono sulle spalle, riflettendo la luce fioca della lanterna come una colata di metallo lunare. In quel tugurio di fango e fuliggine, quel colore era un errore della realtà.

Il silenzio nella sala principale non fu graduale. Fu un taglio netto.

CLANG.

Il suono del metallo che vince sul legno. La porta principale della taverna venne spalancata con una violenza che fece tremare le pareti. Tsuki smise di masticare. Rimase immobile, il cucchiaio ancora a mezz'aria.

Sentì il passo. Non era il trascinarsi stanco dei profughi, ma il colpo ritmico, pesante e arrogante degli stivali chiodati. Il ronzio dei glifi azzurri delle armature di Kaelos entrò nella stanza come un nugolo di insetti elettrici.

Tsuki voltò lentamente la testa verso l'apertura della cucina. La sua espressione era una maschera di ghiaccio. Vide l'acciaio nero dei soldati riflettersi nelle ombre della stanza. La mano, sottile e pallida, si chiuse attorno al manico del coltello da pane con una pressione che non aveva nulla di umano.

L'interno della taverna non offriva bellezza, solo riparo. Le pareti erano incrostate di fuliggine e il pavimento era coperto da uno strato di segatura grigiastra, intrisa di fango e birra versata. Era un posto lurido, ma aveva un tetto, e a Oakhaven questo bastava a renderlo un tempio.

Quello schifo era protetto dalla Giurisdizione della Gilda. L'unica legge che impediva ai soldati di Kaelos di dare fuoco a tutto per il solo gusto di vedere le fiamme.

I due soldati entrarono facendo sferragliare le armature nere contro lo stipite. Il ronzio dei loro glifi azzurri tagliava l'aria pesante che sapeva di grasso bruciato e sudore. Si muovevano con la sicurezza di chi possiede la strada, ma che una volta varcata quella soglia doveva, almeno in teoria, frenare l'istinto.

«Ispezione!» gridò uno dei due, spingendo via un vecchio che cercava di scaldarsi le mani attorno a un boccale. Il vecchio cadde nella segatura sporca, restando immobile come un sacco di stracci.

L'altro soldato afferrò per la nuca una cameriera che passava, costringendola a fermarsi. La guardò con un ghigno che non prometteva nulla di buono.

«Taverniere!» ruggì. «Siamo stanchi di vedere questo buco ancora in piedi mentre il resto della città brucia. Chi ti dà il diritto di stare all'asciutto?»

Il locandiere emerse dal bancone, asciugandosi le mani su un grembiule grigio. Il suo volto era una maschera di tensione.

«Sapete bene chi, signore,» disse con voce ferma. «Siamo sotto la Giurisdizione della Gilda. Questo posto è neutrale per Nulla Osta imperiale. Se disturbate la quiete, il mio rapporto arriverà al vostro comando prima dell'alba.»

Il soldato lasciò andare la ragazza con una spinta. Si avvicinò al taverniere, sovrastandolo con la massa dell'armatura nera.

«La tua "neutralità" ci disgusta, topo,» sibilò. «Vogliamo vedere se le tue mura nascondono qualcosa di più interessante delle tue minacce.»

Il secondo soldato, per dare peso alle parole del compagno, sferrò un calcio violento a un tavolo centrale.

STOMP. CRASH.

Il legno fradicio cedette. Il tavolo si ribaltò sollevando una nuvola di segatura sporca e schizzi di birra acida. Il fragore zittì l'intera sala. Gli avventori rimasero a testa bassa, cercando di diventare invisibili.

Ma nel silenzio che seguì, qualcuno alzò lo sguardo.

Tsuki, seduta nell'angolo più buio del retro, aveva voltato la testa verso il rumore. Nel movimento, il cappuccio logoro scivolò via, rivelando ciò che in quel tugurio sporco non avrebbe mai dovuto esistere.

I suoi capelli d'argento brillarono sotto la luce fioca delle candele. Erano fili di metallo purissimo, lucenti e alieni, che risaltavano contro la fuliggine della parete come una lama in mezzo agli stracci.

I soldati rimasero immobili. L'arroganza nei loro occhi mutò in una curiosità predatrice, immediata e brutale.

«E quella?» chiese il primo soldato, dimenticando il taverniere. «Non è una profuga. Guarda quel colore…»

Mosse il primo passo verso di lei, la mano guantata di ferro tesa per afferrare quel tesoro argentato.

Il soldato di Kaelos sogghignò, ignorando l'avvertimento del locandiere. Allungò la mano guantata di ferro, le dita tese verso quella chioma d'argento che brillava come un tesoro tra i rifiuti. Ma la sua mano non raggiunse mai il bersaglio.

Una mano nuda, piccola e sporca di inchiostro, si chiuse attorno al suo polso metallico.

«Ti consiglio di non farlo,» disse una voce calma, quasi melodica. Lyra era apparsa dal nulla, frapponendosi tra il bruto e Tsuki. Il suo bastone di frassino bianco vibrava di una luce soffusa. «L'argento macchia chi ha l'anima sporca, soldato. E la tua puzza di fango e prepotenza da chilometri.»

Il soldato sgranò gli occhi, sorpreso dalla forza di quella stretta. «Togli quella mano, ragazzina, o ti mozzo…»

Un basso, profondo vibrare fece tremare i boccali sui tavoli. Alle spalle del soldato, una montagna di muscoli e placche ossee si alzò lentamente. Brak, il Grogari, torreggiava sopra di loro, la sua ombra che cancellava la luce della lanterna. Non disse una parola; il solo suono del suo respiro pesante, simile al mantice di una fucina, fu un monito sufficiente.

«Muovi un solo dito e ti cucio l'occhio alla nuca prima che tu possa gridare.» La voce graffiante di Vyx scese dal soppalco. La Ranger Feral era accovacciata sulla trave maestra, un arco corto teso e puntato dritto alla fessura dell'elmo del soldato.

Il secondo soldato fece per estrarre la spada, ma si bloccò quando sentì un ticchettio metallico provenire dal tavolo accanto a lui. Zobb, lo gnomo, stava facendo ruotare una sfera di rame piena di fiale instabili. «Oh, ti prego, estraila!» esclamò con un sorriso maniacale, regolando i suoi occhialini a lenti multiple. «Volevo proprio testare se questa granata sonica riesce a scoppiare i timpani dentro un elmo chiuso. Diventa tutto purè, lo sai?»

Nello stesso istante, il capo pattuglia sentì il freddo dell'acciaio contro la giuntura del collo, proprio dove l'armatura era più sottile. Kael era apparso alla sua destra come un fantasma. «Un movimento falso,» sussurrò l'Avanguardia con precisione professionale, «e scopriamo se il tuo sangue è nobile come il tuo stemma.»

Dall'angolo opposto della sala, un ronzio armonico si levò nell'aria. Oros, l'Aven dalle piume color cenere, aprì parzialmente le ali, le punte bruciate che sfioravano il pavimento. «La violenza in questo luogo è un peccato contro la Gilda,» sentenziò solennemente, mentre un'aura di luce densa iniziava a pesare sulle spalle dei soldati. «E la Gilda è l'unica cosa che vi separa dalla fossa comune.»

Infine, il silenzio venne rotto dal rumore di un fazzoletto di seta che veniva ripiegato. Vallek si alzò con eleganza aristocratica, il suo anello sigillo che brillava di una luce inquisitoria. Sorseggiò l'ultimo sorso di vino e guardò i soldati con una noia letale.

«Signori,» disse il Leader, la voce che dominava la stanza. «State disturbando la cena della mia protetta. Ora, potete andarvene e raccontare di come avete quasi iniziato una guerra con noi, o potete restare e non raccontare mai più nulla a nessuno.»

I soldati rimasero immobili, sudando freddo dentro le armature. Erano stati neutralizzati in meno di tre secondi da una macchina bellica perfetta.

Al centro di tutto quel caos di minacce e poteri, Tsuki non si era mossa. Con il cappuccio abbassato e i capelli d'argento che le ricadevano sul volto, portò un altro cucchiaio di zuppa alla bocca. Masticò lentamente, analizzando con i suoi sensi alieni quella strana gerarchia protettiva.

Per lei, non era un salvataggio. Era l'osservazione di un branco di predatori che, per un illogico motivo chiamato bontà, aveva deciso di adottare un'anomalia.

Il silenzio che seguì la chiusura della porta fu più pesante delle grida dei soldati. L'ufficiale di Kaelos, prima di varcare la soglia, aveva lanciato un'ultima occhiata a Tsuki — uno sguardo gelido che prometteva una caccia spietata. Poi, il buio della strada inghiottì il metallo nero delle loro armature.

Lyra espirò un soffio di fiato che non sapeva di aver trattenuto. La tensione nelle sue spalle si sciolse e, istintivamente, si voltò verso la figura immobile al centro del tavolo. Con un sorriso che voleva essere un balsamo, la maga accorciò le distanze.

«È finita, piccola. Sei al sicuro ora, te lo giuro,» sussurrò, sollevando la mano nuda per scostare una ciocca d'argento dal volto della ragazza.

Ma Tsuki non era "lì". La sua mente era ancora un groviglio di segnali d'allarme. Quando la mano di Lyra entrò nel suo spazio, il corpo di Tsuki reagì per puro istinto.

In un battito di ciglia, il braccio della ragazza scattò verso l'alto. Le sue dita si serrarono attorno al polso di Lyra con la morsa di una trappola d'acciaio. Si sentì il sordo scricchiolio della manica e il respiro mozzo della maga per il dolore improvviso.

«Mollala! Adesso!»

Vyx, la Ranger, non scese le scale: cadde dal soppalco come una macchia d'ombra. Atterrò in un silenzio felino e, prima che Lyra potesse gridare, la lama corta di Vyx era già premuta contro la gola di Tsuki.

«Te l'avevo detto, Lyra,» ringhiò la Ranger, le pupille ridotte a fessure d'odio. «Non vedi? Non c'è paura in quegli occhi. Solo istinto. Questa cosa ci ucciderà tutti se non la fermo adesso.»

«Vyx, no! È solo terrorizzata!» gridò Lyra, mentre il dolore al polso le faceva salire le lacrime agli occhi.

«Il terrore puzza, Lyra. Lei non puzza di niente,» ribatté Vyx, premendo la punta del pugnale finché una goccia di sangue non apparve sulla pelle pallida di Tsuki. «Mollala o la finisco qui.»

Tsuki non batteva ciglio. La sua presa su Lyra non vacillava. Osservava la lama con una curiosità distaccata, come se non appartenesse a quel corpo.

Fu allora che il tavolo di quercia massiccia sussultò.

Brak si mosse con una calma che zittì persino Vyx. Il colosso di pietra si sedette, le sue giunture che stridevano come sassi che rotolano in un torrente. Con un gesto solenne, slacciò la cinghia della sua ascia da guerra e la poggiò a terra con un rimbombo sordo.

Senza dire una parola, Brak puntò i suoi occhi dorati su Tsuki. Con una lentezza infinita, fece scivolare la sua mano enorme sul tavolo.

Centimetro dopo centimetro, la sua ombra coprì quella della ragazza. Poi, con una dolcezza incredibile per un essere della sua stazza, poggiò il palmo sopra la mano di Tsuki, che ancora stringeva selvaggiamente il polso della maga.

Non usò la forza per liberare Lyra. Usò il peso. Usò il calore.

Brak rimase immobile, senza alcuna espressione, come una montagna che offre riparo dalla tempesta. Sotto quel contatto costante, l'istinto di Tsuki iniziò finalmente a spegnersi. La tensione nei suoi muscoli svanì. La sua presa si allentò e Lyra ritrasse il braccio, massaggiandosi la pelle livida, mentre Vyx, incerta, allontanò di pochi centimetri la lama.

Nel silenzio assoluto della taverna, mentre il calore di Brak passava nel gelo di Tsuki, accadde l'imprevisto.

Il volto della ragazza rimase immobile, una maschera di porcellana priva di ogni emozione. Ma dal suo occhio sinistro, una singola lacrima emerse. Scivolò lentamente lungo la sua guancia.

Tsuki non mosse un muscolo, ma in quel momento, il party dei sette capì di aver appena assistito a qualcosa di anormale, Tsuki prese la lacrima dalla guancia con un dito e cominciò a guardarla come se pensasse " l'ho creata io?

Il silenzio che seguì la ritirata dei soldati era un vetro sottile pronto a esplodere. Vallek si alzò, sistemandosi il mantello con una calma che faceva più paura di un grido.

«Non torneranno da soli. Abbiamo tre minuti, forse meno,» disse, e la sua voce divenne il battito cardiaco del gruppo. Si voltò verso i suoi, e i Sette si mossero all'istante.

«Kael, apri la strada. Voglio il vicolo pulito.»

L'uomo dai capelli scuri non rispose. Si limitò a far scattare la lama nascosta nel bracciale, un suono metallico secco, e svanì nel corridoio sul retro con la grazia di uno spettro. Non lasciò nemmeno l'eco dei passi.

«Vyx, tetti. Voglio sapere se un solo gatto si muove nel raggio di tre isolati.»

La Ranger diede un colpo di coda ai suoi capelli selvaggi e, con un ghigno, balzò su un tavolo rovesciato per poi aggrapparsi a una trave del soffitto. Si tirò su con una forza felina, scomparendo tra le ombre del sottotetto.

«Zobb, lascia un pensierino sulla porta principale.»

Lo gnomo sogghignò, facendo scattare le lenti colorate dei suoi occhiali. Estrasse una fialetta dal colore violaceo e la incastrò nello stipite con la cura di un orologiaio. «Se provano a sfondarla, vedranno le stelle... letteralmente!» ridacchiò tra i denti.

«Oros, offusca il nostro odore e il nostro suono.»

Il chierico Aven abbassò la testa, recitando una breve litania. Una nebbia sottile, quasi invisibile, iniziò a sollevarsi dalle assi del pavimento, avvolgendo le gambe del gruppo come un sudario che mangiava ogni rumore.

«Brak, sii l'ultimo a uscire. Se arrivano prima del previsto... schiacciali.»

Il colosso di pietra si piantò in mezzo alla stanza, le braccia incrociate e l'ascia poggiata contro la gamba. Un grugnito profondo scosse il suo petto massiccio. Sembrava una statua inamovibile destinata a sorreggere il soffitto.

«Lyra, prendi la ragazza. Non mollarla per nessun motivo.»

La maga annuì con vigore, prendendo Tsuki per mano. «Vieni con me, non aver paura,» disse, nonostante le sue stesse dita tremassero leggermente.

Solo ora, con la macchina della fuga perfettamente oliata, Valerius si voltò verso il bancone. Il taverniere lo fissava con una miscela di terrore e odio. Il Leader schioccò le dita. Un suono secco, come un colpo di frusta. Con un cenno imperioso della mano, indicò la pepita d'oro che Tsuki aveva lasciato lì.

Il taverniere, con un sospiro amaro, spinse il metallo prezioso sul legno unto. Valerius lo prese e, con un gesto noncurante, lo lanciò verso l'alto, verso le travi dove Vyx era appostata.

Una mano scura scattò dal soffitto afferrando la pepita al volo. Il volto della Ranger apparve per un istante tra le ombre, illuminato da un ghigno ferino.

«La ringraziamo per il suo contributo alla causa»

Mentre la nebbia di Oros avvolgeva i loro passi rendendo il vicolo un corridoio di fantasmi, Valerius rallentò fino a portarsi accanto a Vyx. La Ranger si muoveva a scatti, le orecchie tese e la mano che continuava a sfiorare nervosamente l'impugnatura del pugnale.

«Vyx, parla,» mormorò Valerius a bassa voce. «Cosa senti?»

Vyx sputò a terra, un gesto carico di tensione. «Hai visto quel bando in piazza, Val? Quello con la ricompensa che basterebbe a comprare l'intera cinta muraria. Una descrizione semplice: capelli argentei e occhi azzurri come pietre preziose. Nessun crimine, nessuna colpa. Solo un elenco di tratti.»

Valerius non rispose, ma i suoi occhi rimasero fissi sulla ragazza che procedeva pochi passi più avanti, guidata da Lyra.

«Chi lo ha scritto sa bene cosa sta cercando,» continuò Vyx, la voce che tremava impercettibilmente. «Lo dicono come se stessero cercando un gioiello smarrito, ma io sento qualcos'altro. Ogni volta che le sto vicina, i peli sulle braccia mi si rizzano come se stesse per scoppiare un incendio. Non è una ragazza, Val. È una calamità. È una tempesta che non ha ancora deciso di scatenarsi. Se la portiamo alla Gilda, non stiamo offrendo un rifugio... stiamo portando la fine di tutto sotto il nostro tetto.»

Mentre le parole di Vyx morivano nel silenzio della nebbia, Tsuki fece qualcosa che gelò il sangue della Ranger.

Senza fermarsi, senza interrompere il suo passo fluido e costante verso l'oscurità del vicolo, la ragazza ruotò lentamente la testa verso di loro. I suoi capelli argentei brillarono debolmente, catturando quel poco di luce lunare che filtrava tra le nubi.

Fissò i suoi occhi — due gemme azzurre, immobili e profonde come abissi — direttamente in quelli gialli e ferini di Vyx.

Non ci fu un cenno, né un cambiamento nell'espressione del suo viso di porcellana. Continuò a camminare in avanti, ma il suo sguardo rimase incollato a quello della Ranger, seguendola mentre la superava. Era una consapevolezza immensa e gelida, che sembrava guardare attraverso la carne e le ossa di Vyx, come se la stesse scansionando.

Vyx smise di respirare, sentendo un brivido salirle lungo la colonna vertebrale. Non era lo sguardo di una preda. Era lo sguardo di qualcosa che sapeva esattamente di essere osservato, e che non ne era affatto disturbato.

Quando Tsuki finalmente distolse gli occhi per guardare di nuovo la strada davanti a sé, Vyx fece un passo di lato, allontanandosi istintivamente dal raggio d'azione della ragazza. In quel momento ne ebbe la certezza: la calamità non stava arrivando. Era già lì, e camminava tra loro nel silenzio.

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