«Etan?»
La voce di Lyra arrivò dalla penombra. Era lì, seduta a terra accanto a lui, con la mano fasciata stretta al petto. Lo guardava con un misto di sollievo e puro terrore. Non aveva mai visto nessuno tornare da quella forma in quel modo, come se fosse stato sputato fuori da un altro mondo.
Etan cercò di mettersi a sedere, ma la nausea lo colse in pieno. Allungò una mano verso Lyra, cercando un appiglio nel mondo che ancora girava vorticosamente. Le sue dita umane sfiorarono il polso della maga, appena sopra la benda che Vyx le aveva procurato.
In un istante, l'aria tra i due parve vibrare. Lyra lanciò un grido soffocato. Dove la pelle di Etan aveva toccato quella della ragazza, non ci fu fiammata, ma un calore innaturale, bianco, che sembrò consumare l'umidità dell'aria.
«Etan, lasciami!» esclamò Lyra, scattando all'indietro.
Etan ritrasse la mano, inorridito. Vide Lyra mormorare febbrilmente una formula di guarigione, le dita che brillavano di una luce verde tenue, ma l'incanto scivolò via dalla sua pelle come acqua sul vetro. Sulla sua carne chiara fiorì un'ustione scura, profonda, che emanava ancora un leggero fumo.
«No... Lyra, io non volevo...» Etan iniziò a tremare. Si guardò intorno freneticamente, ignorando il sudore che gli colava negli occhi. Vide i guanti di Vallek, abbandonati nella paglia come relitti di un naufragio. Li afferrò con una disperazione quasi infantile, infilandoli con gesti scomposti, finché il cuoio non tornò a coprire quella sua pelle diventata veleno.
Quando sollevò lo sguardo, Lyra era in piedi. Nascondeva la mano ustionata dietro la schiena, stringendo i denti per il dolore, ma gli stava sorridendo. Un sorriso fragile, forzato, che voleva dirgli: Va tutto bene, non è colpa tua.
La porta si aprì senza bussare.
Oros era sulla soglia, la sagoma massiccia che bloccava la luce del mattino. I suoi occhi grigi percorsero la stanza: dalla paglia smossa, alla mano nascosta di Lyra, fino a Etan, tornato uomo ma con lo sguardo di un animale in trappola. Oros non disse nulla per diversi secondi, lasciando che il silenzio diventasse insopportabile.
«Lyra,» disse infine Oros, la voce piatta e priva di emozione. «Vallek ti vuole di sotto. Immediatamente.»
Lyra annuì, evitando lo sguardo di Etan, e scivolò fuori dalla stanza con un passo rapido e incerto. Oros non la seguì. Rimase fermo davanti alla porta, le braccia incrociate, fissando Etan dritto negli occhi con un sospetto gelido che pesava più di una condanna.
Non appena varcò la soglia, dalle sue ali iniziò a sprigionarsi una Nebbia di Cenere densa, che avvolse la stanza in un silenzio ovattato. I suoi occhi grigi, vitrei e privi di palpebre, rimasero fissi su Etan con una freddezza disumana.
«Mostrami,» gracchiò l'Aviano. Il suo becco si aprì appena, emettendo un suono metallico.
Senza attendere, Oros scattò. Fu un movimento d'ombra, fulmineo. La sua lancia sibilò nella nebbia, puntando alla spalla di Etan. Lui la schivò per un soffio, sentendo lo spostamento d'aria gelida prima che la punta di ferro si conficcasse nel legno della parete con un colpo sordo.
Oros riprese fiato, inclinando la testa di lato. «La mia non era una domanda, Etan. Era un test. Volevo vedere se quel calore che ha marchiato Lyra è solo un caso.»
Etan si rialzò lentamente dalla paglia. La paura era evaporata, sostituita da una determinazione tagliente. Guardò l'ibrido davanti a sé, poi abbassò lo sguardo sulla propria mano destra, ancora protetta dal guanto di cuoio di Vallek.
Con un gesto deliberato, Etan si sfilò il guanto. Lentamente. Lo lasciò cadere a terra. La sua pelle apparve nuda, pallida e quasi vibrante nel grigiore della cenere.
«Porgimi la lancia, Oros,» disse Etan, la voce che ora risuonava con una freddezza aristocratica che non gli apparteneva più. «Vediamo se la tua nebbia può proteggere il tuo acciaio dal Vuoto.»
Oros esitò, le pupille grigie che si contraevano per mettere a fuoco quella mano tesa. Proprio in quel momento, la porta si spalancò di nuovo.
La nebbia di cenere di Oros sussultò quando la porta sbatté di nuovo. Kael scivolò all'interno con un movimento elettrico, quasi un glitch nella realtà, e si accovacciò in un angolo della stanza. I suoi capelli vibravano di scariche bluastre e i suoi occhi scattavano da Etan a Oros con una curiosità febbrile.
Etan gli scagliò uno sguardo veloce, poi tornò a fissare l'Aviano. Ma Kael non era venuto per restare a guardare. Con un gesto fulmineo, lanciò un coltello da lancio che si conficcò a pochi centimetri dai piedi di Etan.
«Ho sentito tutto di sopra,» disse Kael, la voce che sembrava sdoppiarsi per un istante. «E credo sia meglio partire da qualcosa di piccolo. Ti ho studiato... e vorrei vedere anche io se le tue mani emanano davvero quel calore. Ho visto le dita di Lyra mentre scendeva le scale. Erano ridotte male.»
Etan non si scompose. Lentamente, si chinò e raccolse il pugnale. Lo teneva con la mano ancora coperta dal guanto di Vallek. Poi, fissando l'acciaio grezzo dell'arma, chiuse gli occhi e si concentrò. Non pensò alla distruzione, ma alla perfezione.
Sotto i loro occhi, il ferro opaco del coltello iniziò a mutare. Le impurità svanirono, la lama si allungò impercettibilmente e divenne di un acciaio lucidissimo, così brillante da riflettere la luce della nebbia come uno specchio divino.
Oros fece un passo indietro, la sua compostezza che vacillava per la prima volta. Kael balzò in piedi, a bocca aperta.
«Che storia è questa?» ringhiò Oros, la voce carica di un sospetto misto a terrore. «Ci prendi in giro? Ti ho chiesto di farmi vedere il tuo potere... e tu mi mostri un trucco da fabbro?»
Etan si sedette pesantemente sulla paglia, lasciando cadere il coltello perfetto a terra. «Trucco?» ripeté con un sorriso amaro. «Questo è il mio potere, Oros. È la mia condanna.»
Nel silenzio ovattato della cenere, Etan iniziò a parlare. Raccontò della cameriera della sua infanzia, divebtata di piombo. Raccontò della collana delle ragazze viziate, diventata d'oro puro. Arrivò al momento più oscuro: il volto di sua madre che si cristallizzava in un marmo bianco eterno sotto il suo tocco disperato ma che ancora pulsava ed emanata calore.
Raccontò di Tsuki, della capanna nel bosco e di come quel corpo d'argento fosse l'unico guscio capace di contenere il Vuoto che trasmutava il mondo.
«Non scelgo cosa cambiare,» concluse Etan, guardando le sue mani guantate. «Il mondo si trasforma perché non sopporta la mia presenza. E ora quel potere si è fuso con la fame di Tsuki.»
Il silenzio che seguì il racconto di Etan fu rotto solo dal ronzio elettrico che emanava da Kael. Oros abbassò lentamente la lancia, facendola ruotare fino a appoggiarla contro il muro. Le sue spalle piumate si rilassarono in un lungo, faticoso sospiro che fece tremare la nebbia di cenere.
«Credi di essere l'unico, mostro?» gracchiò Oros, e per la prima volta la sua voce non era una minaccia, ma un lamento. «In questa stanza non ci sono uomini, Etan. Ci sono solo frammenti di ciò che il mondo ha masticato e sputato via.»
Indicò con un cenno del becco Kael, che in quel momento stava fissando un punto vuoto della stanza, la testa che scattava di lato con un glitch bluastro.
«Lui non è instabile per scelta,» continuò Oros. «Kael corre perché se sta fermo, le voci dei morti lo raggiungono. Sente i loro ultimi pensieri, i loro rimpianti, come un coro che gli squarcia il cranio. La sua magia è un tentativo disperato di fuggire da chi non c'è più.»
Kael lanciò un'occhiata fugace ad Etan, un sorriso amaro che gli increspò le labbra mentre le sue dita tamburellavano freneticamente sul pavimento.
«E Lyra?» Oros abbassò ancora di più il tono. «La tua "custode". È stata venduta come schiava quando era poco più di una bambina. Quel calore che emana... è l'unica cosa che le è rimasta per non sentire il freddo delle catene che ha portato per anni. È per questo che ti protegge. Riconosce una gabbia quando ne vede una.»
Oros si voltò verso la porta, come se potesse vedere attraverso il legno fino alla stazza massiccia di Brak.
«Persino quel colosso... Brak non sarebbe altro che un cadavere se suo padre, un folle ossessionato dalla perfezione meccanica, non lo avesse svuotato della sua carne per riempirlo di tubi di rame e vapore. È un miracolo di metallo alimentato dal dolore.»
L'Aviano tornò a fissare Etan con i suoi occhi grigi. «Siamo tutti anime perdute, Etan. Ognuno di noi ha un passato che lo rende un mostro agli occhi dei "puri" come Vallek. Ma qui, dentro la Gilda, quel dolore è l'unica moneta che vale qualcosa.»
Etan guardò il coltello d'acciaio perfetto ai suoi piedi. Per la prima volta, non si sentì un'anomalia, ma parte di un mosaico di vetri infranti.
Un'esplosione assordante fece tremare le fondamenta della Gilda. Il tetto della cella scricchiolò e calcinacci piovvero ovunque. Oros balzò in piedi, la nebbia di cenere che diventava frenetica. «Al riparo!»
I tre si fiondarono nel corridoio, ma ciò che trovarono fu un massacro. Il colosso di ferro, Brak, giaceva a terra immobile. Il suo esoscheletro era squarciato, i tubi di rame recisi; la piastra di ferro sul suo cranio era stata divelta come carta. Poco più in là, il sauroide Zobb barcollava contro una parete, le mani artigliate immerse nelle proprie viscere in un tentativo disperato di rimetterle nel corpo, mentre la lingua biforcuta sibilava una preghiera insanguinata.
«Kaelos...» mormorò Kael, il terrore che gli faceva brillare la pelle di glitch blu. «Sono i soldati che hanno preso la città di Oakhaven!»
Correndo verso il salone principale, trovarono Vallek. Il leader aristocratico era una furia: la sua armatura d'acciaio lucido era macchiata di fuliggine, ma la sua spada sottile trafiggeva senza sosta i fanti nemici che sciamavano all'interno. Indossavano uniformi di cuoio bollito e ottone, muovendosi con una disciplina spaventosa sotto il fuoco di copertura dei loro moschetti.
Ma fu lo spettacolo al di là della finestra squarciata a raggelare il sangue.
Nel cielo, proprio sopra la Gilda, fluttuava una nave da guerra volante di Kaelos. Una fortezza di metallo scuro che sputava proiettili a ripetizione, sbriciolando le torri del castello come se fossero fatte di sabbia.
Il fumo della polvere da sparo si divise come un sipario, rivelando l'orrore che avanzava tra le macerie. Non erano semplici fanti. Erano quattro titani d'acciaio, soldati con armature pesanti e brunite, piastre sovrapposte che sembravano scaglie di un mostro preistorico, incise con rune di Kaelos che pulsavano di una luce fioca. Le loro armi, enormi martelli da guerra e alabarde, grondavano del sangue dei mercenari.
Al centro del gruppo camminava lui: il Generale.
La sua armatura era un incubo di metallo nero opaco, spigolosa, priva di punti deboli. L'elmo era una maschera d'acciaio senza volto, sormontato da un pennacchio rosso sangue, così lungo da fluttuare dietro di lui come una scia di fiamme. Emanava un'aura di autorità gelida, la personificazione stessa della morte disciplinata.
Vallek, con la grazia disperata di un nobile decaduto, si lanciò contro i quattro giganti. La sua spada sottile cercava i varchi nelle giunture delle armature, un balletto di acciaio contro ferro. Ma era una lotta impari. Mentre Vallek parava il colpo di un'alabarda, il Generale si mosse. Senza una parola, con una velocità innaturale per una mole simile, scattò in avanti.
La lama nera del Generale trapassò la schiena di Vallek, uscendo dal petto in un fiotto di sangue scarlatto che macchiò l'acciaio lucido del leader.
In quell'istante, il fragore della battaglia svanì. Le urla, i cannoni della nave volante, il crepitio delle fiamme... tutto divenne un silenzio assoluto. Il tempo sembrò congelarsi.
Vallek cadde in ginocchio, la bocca piena di sangue, mentre la sua spada cadeva a terra con un rintocco sordo che parve un rintocco funebre. I suoi occhi, sempre così fieri, si spensero mentre fissava il vuoto.
«NO!» il grido di Oros ruppe l'incantesimo.
In un ghigno di rabbia pura, l'Aviano si lanciò in picchiata, mentre Kael scattava come un fulmine bluastro verso il Generale. Fu un gesto di lealtà suicida. I quattro soldati pesanti non dovettero nemmeno sforzarsi: intercettarono Oros a mezz'aria, spezzandogli le ali con la forza bruta delle loro mani ferrate, e bloccarono Kael colpendolo con il manico di un'alabarda durante un glitch.
Sotto gli occhi spalancati di Etan, i soldati finirono il lavoro. Oros venne trafitto al suolo, le piume grigie sparse nel sangue; Kael fu schiacciato sotto un pesante stivale d'acciaio.
La Gilda era morta. I Sette non esistevano più.
Il Generale rinfoderò la lama nera e volse l'elmo verso Etan, che tremava nella nebbia di cenere rimasta. Non era venuto per lui, ma ora il ragazzo era l'unico testimone rimasto del massacro. La pietra sotto di lui non mutò colore; mutò natura. Con un suono simile a mille ossa infrante, il pavimento si sollevò e si trasformò in un tappeto di spine d'acciaio accuminate, alte e letali, che scaturirono dal suolo come una vegetazione infernale.
I quattro soldati pesanti non ebbero il tempo di reagire. Le punte perforarono le giunture delle loro armature, sollevandoli da terra in una danza macabra di urla strozzate. Ma l'orrore non si fermò lì. Le spine travolsero tutto: il cadavere di Kael fu sollevato come un fantoccio, le piume di Oros rimasero impigliate nel metallo lucido e il corpo di Vallek venne trafitto da parte a parte, diventando un'estensione grottesca di quella foresta di morte.
Il Generale, colto di sorpresa, alzò il braccio per proteggersi, ma una spina lo colpì in pieno volto. L'urto fu così violento da far saltare i ganci dell'elmo nero, che volò all'indietro rimbalzando tra le macerie.
Per la prima volta, il volto del nemico fu nudo. Era un uomo di mezza età, dai lineamenti induriti da mille battaglie, segnato da una profonda cicatrice che gli attraversava l'occhio sinistro, spento e lattiginoso. Il suo sguardo, ora colmo di un misto di dolore e incredulità, si posò sul ragazzo.
Etan non vide la fine. Lo shock fisico di aver trasmutato un'intera stanza, unito al peso della presenza di Tsuki e all'orrore visivo di ciò che aveva fatto ai suoi amici, gli spense la mente. Il sangue gli colò dalle labbra spezzate mentre crollava in avanti, svenendo tra le uniche due mattonelle rimaste integre, circondato da un cimitero d'acciaio creato dalle sue stesse mani.
Il Generale rinfoderò la lama nera con un gesto secco, ignorando il dolore alla guancia dove la spina di Etan lo aveva colpito. Fece un passo pesante verso il ragazzo svenuto, intenzionato a finirlo tra le macerie. Ma in quell'istante, il cielo sopra la Gilda sembrò accartocciarsi.
Un boato titanico scosse la terra. La nave da guerra volante di Kaelos, colpita al cuore da un'esplosione interna, ebbe un sussulto violento. Il metallo strideva mentre la fortezza fluttuante perdeva quota, schiantandosi appena fuori dalle mura esterne in una pioggia di fuoco e bulloni. Un'ondata d'urto massiccia travolse la stanza, sollevando una nuvola di polvere e cenere così fitta da oscurare il sole.
Quando la polvere iniziò lentamente a diradarsi, il Generale era scomparso, svanito nel caos del fumo come un demone tornato nell'ombra.
