Dalle macerie fumanti del corridoio emerse Vyx. La cacciatrice ferale era ridotta a un'ombra di se stessa: le vesti erano a brandelli, la pelle segnata da tagli profondi e procedeva zoppicando vistosamente, trascinando la gamba ferita con un ghigno di puro dolore. Ma non cadde.
Lyra, l'umana dalla pelle grigio perla, apparve alle sue spalle. Era coperta di sangue dal collo alle dita traslucide, ma i suoi occhi bianchi cercavano disperatamente un segno di vita. Si lanciò verso Vyx, offrendole la spalla come sostegno, le sue mani che emanavano un calore fioco nel tentativo di lenire le ferite della compagna.
Etan aprì gli occhi per un ultimo, atroce secondo. Vide le due donne stagliarsi contro il bagliore dell'incendio della nave caduta. Vide le punte d'acciaio che lui stesso aveva evocato dal nulla, sulle quali i corpi di Oros, Kael e Vallek pendevano come trofei di un dio folle.
Quella visione fu l'ultimo colpo. Il buio lo inghiottì completamente, e Etan svenne, scivolando in un sonno senza sogni mentre il mondo intorno a lui continuava a bruciare.
Il fragore della nave volante che bruciava fuori dalle mura faceva da eco al silenzio tombale della stanza. Vyx, con il volto sporco di fuliggine e le labbra ridotte a un taglio sottile di odio, si chinò tra le spine d'acciaio. I suoi occhi ferali erano fissi su Etan, esanime ai suoi piedi. Con le mani tremanti per la rabbia e il dolore, raccolse un pesante frammento di pietra della torre crollata.
«Hai ucciso la mia famiglia, mostro,» ringhiò Vyx, sollevando il sasso sopra la testa di Etan. «Hai impalato tutti persino Vallak..…»
Lyra era a pochi passi di distanza. Non mosse un dito. Restò immobile, le mani premute contro la bocca per soffocare i singhiozzi, mentre le lacrime le rigavano la pelle grigio perla. Non guardò Vyx, non guardò Etan. Guardava i cadaveri dei Sette, accettando il fatto che la violenza dovesse finire con altra violenza.
Ma il sasso non calò mai.
Dalla nebbia di polvere e fumo, una mano guantata di metallo nero scattò in avanti. Il Generale era lì, riemerso dal caos senza elmo, con la cicatrice sull'occhio che pulsava di un rosso violento. Afferrò Lyra per la gola, sollevandola da terra con una facilità terrificante. Un rantolo strozzato uscì dalle labbra della donna mentre il Generale stringeva, un sorriso quasi divertito che gli increspava il volto deturpato.
Vyx reagì per istinto. Mollò la pietra e scagliò un pugnale verso il volto dell'uomo. Il Generale inclinò la testa, schivando il colpo per un soffio, e fu costretto a mollare la presa su Lyra per parare il contrattacco ferale di Vyx.
«Via! Lyra, via!» urlò Vyx, afferrando la compagna per la tunica e trascinandola verso lo squarcio nelle mura. Le due donne fuggirono nella notte, scomparendo tra le macerie mentre i soldati di Kaelos lanciavano le prime grida di avvistamento.
Il Generale non le inseguì. Il suo obiettivo era ai suoi piedi.
Si chinò su Etan, osservando con attenzione le mani nude del ragazzo e i guanti di cuoio sparpagliati a terra. Notò la perfezione delle spine d'acciaio e il modo in cui la materia era stata riscritta. Era un uomo vissuto; capiva il pericolo. Sapeva che toccare quella pelle poteva significare la morte.
Con una freddezza disumana, impugnò la sua spada nera per la lama, usando il guanto d'arme per non tagliarsi. Invertì l'arma e, con un colpo secco e preciso, conficcò la guardia appuntita dell'elsa nella spalla di Etan.
Un grido strozzato morì nella gola del ragazzo svenuto. Il Generale, senza mostrare il minimo sforzo, iniziò a camminare, trascinando Etan sul pavimento come se fosse la carcassa di un lupo abbattuto. Il metallo dell'elsa faceva leva nelle ossa e nella carne, lasciando una scia di sangue scuro tra le spine d'acciaio.
«Portate il carro degli schiavi,» ordinò il Generale ai soldati che irrompevano nella sala. «Questo "mostro" può essere utile all'Impero.»
Il cortile della Gilda era un brulicare di soldati di Kaelos che ripulivano i detriti della nave caduta. Sotto una tenda da campo, il Generale osservava il ragazzo svenuto, disteso su un asse di legno come un pezzo di scarto. La luce delle torce danzava sulla profonda cicatrice che gli solcava il volto, rendendo il suo sguardo ancora più severo.
«Signore, il fabbro è pronto,» annunciò un ufficiale, indicando le maschere di ferro grezzo. «Ma è davvero necessario? È solo un ragazzino, e sembra a malapena vivo.»
Il Generale non distolse lo sguardo dal prigioniero. Si sfiorò la cicatrice con un gesto lento, quasi inconscio.
«Ho guidato campagne dal Mare di Cenere alle Terre del Vuoto, Capitano. Ho visto uomini morire in mille modi. Ma quello che è successo in quella sala…» fece una pausa, la voce che scendeva di un tono. «Quando ha scatenato quelle spine, dietro i suoi occhi ho percepito un'ombra. Qualcosa di antico, gelido e non umano. Non so chi sia questo ragazzo, ma so che è solo un guscio per qualcosa di molto più pericoloso.»
Indicò le mani del giovane, abbandonate lungo i fianchi.
«Non sappiamo come controlli il suo potere. Ma ho visto che ha bisogno di guardare e di toccare. Toglietegli entrambe le cose. Se la bestia che ha dentro non può vedere il mondo, non potrà morderlo.»
Il Generale diede un ordine secco con un cenno del capo. I fabbri si fecero avanti.
«Sigillategli la vista con la visiera cieca. Serrategli la bocca con la museruola meccanica: non deve parlare, non deve invocare nulla. E bloccatelo nel telaio. I polsi devono restare sospesi, lontani da ogni superficie che possa trasmutare. Se deve restare in vita, che sia in un vuoto assoluto.»
Mentre il primo rivetto veniva ribattuto con un colpo metallico che rimbombò nel cranio di Etan, il Generale si voltò, scomparendo nell'oscurità del cortile.
Il tempo smise di esistere. Il dolore alla spalla divenne l'unico punto di riferimento di Etan, un battito sordo che scandiva i secondi nel buio perenne della sua maschera. Era intrappolato in una prigione di ferro e carne, sospeso in una posizione che gli stirava i muscoli fino a farli bruciare.
Poi, il suono della botola. I passi felpati.
Etan sentì un calore improvviso contro le dita della mano destra, bloccata nel vuoto. Un tocco timido, quasi spaventato.
«Non tremare,» sussurrò Elara, la piccola elfa. La sua voce arrivò come un miracolo attraverso le fessure della museruola d'acciaio. «Il Generale dice che sei un demone. Ma i demoni non piangono dietro le maschere. Io… io sono Elara. Ti ho portato un po' d'acqua. Cerca di berla, o non supererai la notte.»
Etan non poteva vederla. Non poteva parlarle. Ma il contatto di quella piccola mano contro la sua pelle nuda fu l'unica cosa che gli impedì di implorare Tsuki di ucciderlo lì, in quel momento.
Il silenzio della cella fu squarciato con la violenza di un tuono.
BOOM.
La porta di ferro sbatté contro la pietra con un rintocco sordo. Etan sussultò, il telaio di contenzione che tremò sotto il suo peso morto, mentre le catene stridevano contro i perni.
«Ancora qui a perdere tempo con questo rifiuto, piccola parassita?» una voce roca, carica di un disprezzo annoiato, esplose nel buio della stanza.
Poi, il suono di un impatto. Uno stivale rinforzato che colpiva qualcosa di morbido.
Elara emise un grido breve, secco, seguito dal rumore del suo corpo che rotolava sul pavimento freddo. Etan sentì la bambina sbattere contro la base della sua prigione verticale; percepì il suo respiro affannoso, un piccolo gemito strozzato che gli morì proprio vicino ai piedi.
Fermati… bastardo, fermati… provò a ringhiare Etan. Ma dietro la museruola meccanica, i suoi denti spezzati non potevano articolare nulla. Solo un gemito gutturale, un rantolo di pura impotenza, vibrò nel metallo della maschera.
«Muoviti, elfa! Torna nel fango prima che ti stacchi le orecchie!» ruggì il soldato.
Improvvisamente, Etan sentì delle mani rudi afferrare le maniglie del suo telaio. Con uno strattone brutale che gli fece quasi saltare le spalle fuori dalle articolazioni, la struttura iniziò a muoversi. Le ruote cigolavano sulla pietra irregolare, trasmettendo ogni vibrazione direttamente alle sue ossa.
Venne trascinato fuori, lontano dalla cella, lontano da quel briciolo di calore che non riusciva nemmeno più a ricordare. Sentiva solo il rumore dei suoi passi che si allontanavano da Elara e il sapore del sangue che gli riempiva la bocca chiusa dal ferro.
Non sapeva verso cosa lo stessero portando. Sapeva solo che la luce era sparita, la sua voce era sparita, e ora, anche l'unica presenza gentile nel suo incubo era stata calpestata nel buio.
Il corridoio lo inghiottì, lasciando dietro di sé solo il fumo delle torce e il gemito di una bambina a terra.
Il cigolio delle ruote si fermò. Il silenzio che seguì era diverso da quello della cella; era un silenzio vasto, che rimandava echi innaturali.
Etan sentì delle dita ruvide e squamose sfiorargli il volto. Lo schiavo umano/rettile che lo aveva in consegna tremava così forte che il metallo della visiera risuonò quando venne sbloccato. Con uno scatto secco, la visiera cieca venne rimossa. Poi fu il turno della museruola.
Etan sbatté le palpebre, accecato da una luce bianca e spietata. Quando la vista tornò, si trovò all'inferno: una stanza ottagonale dove ogni singola parete, il soffitto e persino il pavimento erano specchi perfetti.
Mille Etan, sporchi, insanguinati e incatenati, lo fissavano da ogni direzione.
«Muoviti! Libera le mani o ti frusto finché non ti stacco le scaglie!» urlò una voce metallica da un altoparlante nascosto.
Lo schiavo sussultò. Le sue mani rettiliane cercarono i bulloni che serravano i polsi di Etan al telaio di ferro. L'ibrido teneva la testa bassa, gli occhi gialli fissi a terra, terrorizzato all'idea di incrociare lo sguardo del "demone".
«Ti prego…» provò a dire Etan, la voce che era un rantolo di carta vetrata. «Non toccarmi… scappa…»
Ma lo schiavo non poteva scappare. Con un ultimo tremito, le sue dita nude sfiorarono la pelle del polso di Etan per sbloccare l'ultima serratura.
Fu un istante.
Il potere di Etan, compresso per ore nel vuoto del ferro, esplose come una diga che cede. Lo schiavo non urlò subito. Guardò la propria mano diventare traslucida, poi dura, trasformandosi in vetro grezzo. La mutazione risalì il braccio con la velocità di un incendio: le scaglie rettiliane si trasmutarono in scaglie di specchio che iniziarono a rifrangere la luce della stanza.
L'ibrido crollò a terra, diventando una statua di cristallo e carne che si spaccava a ogni movimento. Il suono era quello di mille bicchieri infranti.
Etan cadde in avanti, le mani finalmente libere ma pesanti come piombo. Guardò lo schiavo—quello che restava di lui—trasformato in un groviglio di vetri taglienti che riflettevano il suo stesso pianto.
Vomitò. Il fiele colpì il pavimento a specchio, insozzando l'immagine del suo volto riflesso.
«Smettetela! Vi prego, uccidetemi! Basta!» urlò Etan, artigliandosi i capelli con le mani nude, mentre il terrore di aver creato un altro mostro lo distruggeva.
E dalle pareti invisibili, oltre gli specchi, esplosero risate e grida di piacere.
«Guarda che arte, Generale! Non ha nemmeno dovuto pensare. È un'arma perfetta!»
«Etan. Guardami.»
La voce di Tsuki gli risuonò nella testa, ferma e chiara. Etan alzò lo sguardo verso lo specchio davanti a lui. Il suo riflesso non c'era più. Al suo posto c'era lei. Lo fissava con intensità, e i suoi occhi brillavano di un blu vibrante, come due fari in mezzo al buio.
«Non lasciarti andare. Questi uomini sono crudeli e piccoli. Io non ti lascio solo, Etan. Senti il freddo? Sono io che sto prendendo parte del tuo dolore.»
Etan guardò quegli occhi blu. Sentì un calore calmo scorrere nelle vene, che contrastava con il freddo della stanza. In un impeto di rabbia, si scagliò contro la parete trasparente da cui venivano le voci. «Uscite fuori, maledetti!»
Appena toccò il vetro, una scarica elettrica azzurra lo colpì, rimandando il suo potere indietro. Etan urlò, sentendo le ossa vibrare come se stessero per polverizzarsi, ma vide Tsuki nello specchio distendere le mani, come se stesse attirando a sé quella scarica per proteggerlo.
Dall'altoparlante, le risate si interruppero. Ci fu un rumore di sedie rovesciate.
«Che succede? Generale, guardi i monitor!» gridò un tecnico. «C'è qualcosa negli specchi! Quegli occhi blu… ci stanno guardando! Il sistema sta andando in cortocircuito!»
Tsuki, riflessa in mille pezzi di vetro, fissò il punto da cui veniva la voce. I suoi occhi blu vibrante sembravano bruciare la superficie degli specchi.
«Volete guardare?» sussurrò lei, e la sua voce fece vibrare l'intera stanza. «Allora guardate bene cosa succede a chi ci tocca.»
Il Generale parlò, e la sua voce non era più divertita, ma carica di una paura che cercava di nascondere: «Spegnete tutto! Portatelo via! Mettetelo in una cella senza specchi e raddoppiate la dose di sedativi. Quello non è un ragazzo, è un mostro con un demone dentro.»
Etan sentì il pavimento muoversi mentre lo trascinavano via. Prima di svenire nel buio, sentì di nuovo il sussurro di Tsuki: «Riposa, Etan. Io resto qui. Nessuno ti farà più del male finché ci sono io.»
Mentre Etan cercava di rialzarsi, una nebbia verde, densa e dall'odore chimico pungente, iniziò a filtrare dalle grate sul soffitto. Era il sedativo di Kaelos. Etan la inalò e sentì immediatamente i polmoni bruciare, poi le gambe cedettero. Crollò sul pavimento a specchio, la vista che si appannava mentre il freddo del vetro gli accarezzava il volto.
Un secondo schiavo, un uomo magro con i segni delle catene sui polsi, entrò cautamente nella stanza. Aveva il compito di bendare Etan e riportarlo nel telaio di ferro. Si avvicinò tremando, con una striscia di cuoio in mano.
Ma quando si chinò sul corpo sedato, non vide il ragazzo.
Dalla nebbia verde emersero due occhi di un blu vibrante, profondi e gelidi, che lo fissavano con un'intensità disumana. Non era più Etan. Era Tsuki. La sua figura sembrava fluttuare sopra il corpo del ragazzo, o forse lo stava possedendo. Il suo sguardo era una sentenza di morte; emanava un terrore così puro che lo schiavo sentì il cuore fermarsi per un istante.
L'uomo indietreggiò, emettendo un suono soffocato. Guardò Tsuki, poi guardò un frammento di specchio appuntito che giaceva a terra, resto del precedente schiavo. Preferì l'oblio a quello sguardo. Con un gesto rapido e disperato, raccolse la scheggia e se la piantò nella gola, stramazzando al suolo in un lago di sangue senza mai distogliere gli occhi terrorizzati dalla figura bluastra.
La porta stagna si aprì di nuovo con un rimbombo metallico. Il Generale entrò nella sala.
Si fermò a pochi passi da Etan, calpestando incurante il sangue dello schiavo morto. Osservò quella presenza che sembrava abitare il corpo del ragazzo. Tsuki non si mosse, non parlò. Rimase a fissarlo, con quegli occhi blu che sembravano bruciare attraverso la nebbia verde.
Il Generale rimase immobile. Il silenzio nella stanza divenne pesante, insopportabile. Per la prima volta nella sua vita, l'uomo sentì un brivido scendergli lungo la schiena. Una goccia di sudore freddo scivolò lentamente dalla sua tempia, solcando la cicatrice, per poi cadere sul pavimento.
Quel piccolo segno di debolezza lo fece infuriare. Il Generale grugnì, un suono animalesco, e strinse il pugno con forza sovrumana.
«Che cosa diavolo sei?» ringhiò.
Tsuki continuò a guardarlo, con un mezzo sorriso cinico che apparve sul volto di Etan. Il Generale non attese risposta. Caricò il braccio e sferrò un pugno brutale, dritto al volto del ragazzo.
Il colpo fu secco. La testa di Etan rimbalzò contro il pavimento a specchio. Tsuki svanì all'istante, ritirandosi nelle profondità della mente del ragazzo mentre il corpo di Etan subiva l'impatto fisico. Il ragazzo rimase immobile, completamente tramortito.
Il Generale ansimava, guardandosi le nocche sporche di sangue. Si voltò verso le guardie che aspettavano sulla soglia, i suoi occhi erano pieni di una furia mista a paura.
«Non portatelo nella cella,» urlò, la voce che rimbombava contro gli specchi. «Portatelo immediatamente al Tempio! Chiamate gli alti sacerdoti. Questa cosa non si può domare con il ferro… serve qualcosa di più antico.»
Il risveglio non fu dolce. Fu un ritorno alla coscienza accompagnato dal sapore di olio bruciato e dal vibrare profondo, ritmico, di un enorme motore a vapore. Clack-puff. Clack-puff.
Etan riaprì gli occhi. Non era più nella sala degli specchi. Era sospeso verticalmente, legato con cinghie di cuoio trattato a una piastra di metallo freddo. Davanti a lui si apriva un salone cupo e immenso, illuminato da lampade a gas che emettevano una luce verdastra e tremolante. Il soffitto era perso tra enormi ingranaggi che ruotavano lentamente e tubi di ottone che sibilavano vapore.
Ma la cosa più agghiacciante era alle pareti: migliaia di bacheche di vetro e nicchie di metallo che ospitavano l'impossibile. Spade che pulsavano come cuori, pergamene che bruciavano senza consumarsi, e corpi. Corpi di uomini e donne imbalsamati o tenuti in vita da macchinari grotteschi. Alcuni avevano la pelle trasparente, altri sembravano fatti di radici intrecciate.
«Vedo che il sedativo verde ha smesso di appannare il tuo piccolo spirito.»
Una voce gracchiante, che sembrava provenire da un grammofono rotto, attirò l'attenzione di Etan. Dalle ombre emerse un uomo che non aveva nulla di umano. Indossava una tunica pesante, ma da sotto il tessuto spuntavano cinque braccia meccaniche fatte di ottone e tendini sintetici. Al posto degli occhi, portava una complessa montatura con lenti rotanti che continuavano a cambiare fuoco mentre lo guardava.
«Dove... dove sono?» rantolò Etan. La gola gli bruciava.
«Sei nel Vettore Santificato, ragazzo. Il Tempio volante di Kaelos,» rispose il Sacerdote, mentre una delle sue braccia meccaniche puliva meticolosamente la lama di un bisturi. «Siamo sopra la tua insignificante Oakhaven, ma siamo anche sopra le leggi della tua natura.»
Il Sacerdote si avvicinò, le lenti dei suoi occhi che facevano un rumore metallico: tic-tic-tic. Indicò una teca vicina dove una donna fatta di fumo blu orbitava attorno a un nucleo di pietra.
«Vedi questi? Vengono da altrove. Mondi che non potresti nemmeno sognare, dove la gravità è musica o la luce è solida. Noi raccogliamo ciò che è anomalo. Ciò che è... prezioso.»
Si fermò a pochi centimetri dal volto di Etan. Una delle braccia meccaniche gli sollevò il mento con un dito di metallo freddo.
«Ho visto i rapporti del Generale. Hai trasformato un uomo in riflesso. Ma non sei stato tu, vero?» Il Sacerdote inclinò la testa. «C'è un'energia in te che non appartiene a questo piano astrale. Dimmi, ragazzo... sei anche tu uno di loro? Sei una creatura caduta da un altro mondo o sei solo il guscio di qualcosa di molto più antico?»
Etan provò a scuotersi, ma le cinghie non cedettero. Guardò oltre il Sacerdote e vide, in fondo al salone, una fila di teche di vetro vuote. Erano alte, strette, piene di un liquido denso e trasparente. Ampolle.
«Non importa ciò che pensi di essere,» continuò il Sacerdote con una calma spietata. «Presto non sarai più un ragazzo che urla. Sarai il pezzo numero 402 della nostra collezione. Ti ampollizzeremo, estrarremo la tua coscienza e terremo la "presenza" blu in uno stato di stasi eterna. Sarà un'aggiunta magnifica alla nostra bacheca delle meraviglie.»
Etan sentì il rumore del vapore farsi più forte. La nave-tempio oscillò leggermente nell'aria, e per un istante, attraverso una piccola fessura nelle pareti di metallo, vide le luci lontane e misere di Oakhaven, centinaia di metri più in basso. Era solo. Era merce. E il Sacerdote stava già preparando la sua etichetta.
Il Sacerdote iniziò a muoversi, e la piastra metallica a cui Etan era incatenato scivolò su una rotaia magnetica, seguendolo lungo l'immenso corridoio del Vettore Santificato. Il rumore degli ingranaggi era un battito costante, opprimente.
«Sei confuso, vero?» gracchiò il Sacerdote, senza voltarsi. Le sue cinque braccia meccaniche danzavano frenetiche nell'aria, una stringeva una pergamena, l'altra regolava una valvola che sibilava vapore bollente. «Ti guardi intorno e vedi miracoli che la tua mente contadina non può processare. Ma sappi una cosa, ragazzo: Kaelos non ha inventato nulla. Kaelos è solo un collezionista più affamato degli altri.»
Si fermò davanti a una teca che conteneva un cilindro di metallo lucido, privo di bulloni o saldature.
«Vedi questo? Lo chiamano "Motore a Turbina". Ci è stato dato da un uomo che sosteneva di venire da un luogo chiamato Seattle. Parlava di uccelli d'acciaio che solcavano i cieli senza magia. Gli abbiamo aperto il petto e abbiamo scoperto che il suo cuore era debole, ma la sua mente... oh, la sua mente conteneva schemi che hanno reso obsoleti mille anni di stregoneria.»
Continuarono a scorrere. Il Sacerdote indicò una donna sospesa in un liquido ambrato; dalla sua testa uscivano cavi di rame che alimentavano una serie di lampadine a filamento.
«Lei faceva apparire piccoli rettangoli neri che racchiudevano tutta la conoscenza del suo mondo. Li chiamava "Smartphone". Non funzionavano qui, la loro energia era morta. Ma abbiamo estratto la logica dietro quei circuiti. Ora i nostri cannoni puntano con la precisione di un dio, grazie a lei.»
Il Sacerdote si voltò, le lenti degli occhi che roteavano velocemente.
«Il nostro arsenale bellico, la nostra supremazia... tutto deriva da voi. Gli "stranieri". Quelli che cadono dai mondi. Ognuno di voi porta un pezzo di un puzzle che noi assembliamo per dominare questo piano d'esistenza. Ed è per questo che sei qui.»
Arrivarono in una sezione del salone avvolta in una penombra elettrica. Al centro, seduta su un trono di ingranaggi e cavi, c'era una donna che sembrava scolpita nel marmo. Non aveva braccia; al loro posto, tubi traslucidi entravano e uscivano dal suo busto. I suoi occhi erano stati rimossi: al posto delle orbite c'erano due pesanti lenti da proiezione in ottone che emettevano una fioca luce azzurrina.
«Lei è la nostra Archivista della Memoria,» disse il Sacerdote, la voce che vibrava di orgoglio fanatico. «Può riavvolgere il passato di un individuo come se fosse una bobina di pellicola. Proietterà la tua anima su quegli schermi di vapore. Voglio vedere da dove vieni, ragazzo. Voglio vedere se sei un altro inventore di giocattoli alieni o se quel blu che porti dentro è qualcosa che ancora non abbiamo nel nostro catalogo.»
La donna-macchina sollevò la testa con un movimento a scatti. Un ronzio simile a quello di un proiettore cinematografico iniziò a salire dal suo petto.
«Preparati, Etan,» sussurrò il Sacerdote, mentre le braccia meccaniche lo bloccavano in posizione davanti alle lenti della donna. «Stiamo per scoprire se sei un dio caduto o solo un guscio fortunato. E ti avverto... la proiezione fa molto più male della realtà.»
Un raggio di luce blu vibrante esplose dalle orbite della donna, colpendo la fronte di Etan. Il ragazzo sentì la sua mente venire squarciata, come se un artiglio stesse rovistando tra i suoi ricordi più profondi.
La luce azzurra della Proiezionista colpì la fronte di Etan, e il vapore che riempiva il salone iniziò a condensarsi in immagini vivide, sgranate come vecchia pellicola bruciata.
Il ronzio del macchinario divenne un battito cardiaco accelerato. Sullo schermo di fumo apparve un mondo di cemento e metallo, di luci artificiali che non conoscevano la magia. Un uomo in giacca e cravatta che camminava in una folla, poi il buio improvviso, una caduta infinita nel vuoto. L'anima di Etan, un frammento di pura energia aliena, precipitò in un grembo materno che non era il suo.
Le immagini mutarono in una danza grottesca di tessuti organici, vasi sanguigni e ossa in formazione. Si vide un feto che cresceva, ma non era solo. Un'altra massa di carne, più piccola, incompleta, cercava di formarsi accanto a lui. L'anima di Etan, nel tentativo di ancorarsi a quella realtà ostile, non si limitò a occupare il corpo principale: si espanse, inghiottendo il gemello mai nato.
«Interessante… un parassitismo metafisico,» commentò una voce annoiata.
Dalle ombre del tempio volante emerse un uomo che stonava completamente con l'ambiente. Non portava tuniche, ma un camice bianco sgualcito e macchiato. Aveva una sigaretta accesa tra le labbra—un oggetto alieno che emetteva un fumo grigio e denso—e uno stetoscopio d'acciaio al collo. I suoi occhi erano stanchi, gonfi per la mancanza di sonno e per l'abuso di sostanze che solo Kaelos poteva fornirgli.
«Dottor Aris,» gracchiò il Sacerdote, inclinando le sue cinque braccia meccaniche in segno di un rispetto forzato. «Cosa vedi nei tuoi diagrammi?»
Il medico aspirò una boccata di fumo e lo soffiò verso la proiezione. «Vedo un incidente stradale dell'universo, Sacerdote. Non è un demone, né un dono degli dèi. È un fetus in fetu. Tecnicamente, il ragazzo ha assorbito sua sorella nel ventre materno, ma l'anima che è precipitata dentro di lui era troppo vasta, troppo pesante per un solo guscio.»
Aris si avvicinò a Etan, guardandolo con lo stesso interesse che si riserva a una piastra di Petri.
«L'anima aliena ha dato coscienza a quel grumo di cellule assorbite. Quella che chiamate Tsuki è il resto biologico di un gemello che ora vive nel suo sistema nervoso. E la sua capacità di modificare la materia…» il Dottore fece una smorfia, grattandosi la barba incolta. «È un bug. Un errore di sistema. Il suo spirito non riconosce le leggi fisiche di questo mondo perché non è nato qui, e il suo corpo "corregge" la realtà di conseguenza. È un'entità semi-divina nata da un aborto mancato e da una collisione astrale.»
Il Sacerdote osservò Etan con una bramosia rinnovata. «Un bug divino. Possiamo replicarlo?»
«Se mi date altra droga per stare sveglio e un paio di quelle schiave elfiche, posso provare a mungere ogni segreto da questo abominio,» rispose il medico, scrollando la cenere sul pavimento del tempio. «Ma state attenti. State cercando di imbrigliare qualcosa che non dovrebbe esistere. Se il bug va in crash, questa nave non sarà che un mucchio di rottami cadenti.»
Etan, intrappolato nel raggio della proiezione, sentì la voce di Tsuki ribollire nel profondo. Non era mai stata così furiosa. Essere descritta come un "errore biologico" da quel medico viscido stava scatenando qualcosa che andava oltre la semplice trasmutazione.
Gli occhi di Etan, ancora fissi sulla Proiezionista, iniziarono a brillare di quel blu vibrante, ma stavolta la luce non era solo un riflesso: era una crepa che stava iniziando a correre lungo la struttura stessa della realtà.
Il raggio della Proiezionista iniziò a sfrigolare. La luce azzurra non rifletteva più immagini sul vapore, ma sembrava scavare dentro la carne di Etan. Il ragazzo emise un urlo strozzato; la sua schiena si inarcò così violentemente che le cinghie di cuoio iniziarono a lacerarsi.
Il Dottor Aris fece un passo avanti, gli occhi sbarrati. «Guardate… la struttura ossea sta cambiando…»
Sotto la pelle di Etan, qualcosa si muoveva. Non erano muscoli. Erano proiezioni di luce blu che spingevano dall'interno. Le spalle del ragazzo si allargarono, i tratti del viso iniziarono a scivolare e sovrapporsi, come se due volti stessero lottando per la stessa superficie di pelle.
Poi, con un suono simile a un soffio di ghiaccio, la figura di Tsuki iniziò a emergere dal petto di Etan. Non era un fantasma: era solida, fatta di una materia traslucida e vibrante. La sua testa e le sue spalle uscivano dal corpo del ragazzo, mentre le gambe rimanevano fuse a lui. Per un istante, sembrarono un'entità a due teste, un abominio di carne umana e luce aliena.
Etan tossì sangue, ma i suoi occhi erano già diventati di quel blu elettrico. La voce di Tsuki eruppe dalle sue labbra, sovrapposta a un grido gutturale.
Le catene di metallo e i sigilli magici della piastra magnetica, a contatto con quella luce, iniziarono a trasmutare. Non si spezzarono: divennero petali di vetro che caddero al suolo, sfarfallando.
Il Sacerdote indietreggiò, le sue cinque braccia meccaniche che scattavano frenetiche in un rito di difesa inutile. Il silenzio calò nella sala, rotto solo dal sibilo del vapore.
Aris lasciò cadere la sigaretta. Il tremore delle sue mani era ora visibile.
«Ma allora…» mormorò il medico, la voce ridotta a un soffio terrorizzato. «È questa l'anomalia aliena che cercava Marcus…»
Il nome di Marcus sembrò risucchiare il calore dalla stanza.
Tsuki, con il volto parzialmente sovrapposto a quello di Etan, inclinò la testa. Quel movimento non era umano: era fluido, predatorio. I suoi occhi blu vibrante si fissarono su Aris. Il silenzio che seguì fu assoluto, una voragine in cui il battito cardiaco del Dottore sembrava un tamburo impazzito. Una singola goccia di sudore scivolò dalla tempia del Sacerdote, schizzando sul pavimento.
Tsuki sorrise.
