Il silenzio del bosco sembrava premere contro le tempie di Etan. Si fermò di colpo, o meglio, le sue gambe smisero di rispondere. Le vide tremare violentemente attraverso il tessuto ruvido dei pantaloni rubati, finché non cedettero del tutto.
Si lasciò cadere contro il tronco di un vecchio pino. Non sentì l'urto della corteccia sulla schiena, né il freddo dell'umidità che colava sul collo, ma vide il mondo sussultare davanti ai suoi occhi.
«Basta... dobbiamo fermarci,» ansimò Tsuki. La sua voce era roca, graffiata dalla stanchezza.
«Non possiamo» la voce di Etan vibrò proprio dietro la sua nuca, rapida e carica di una tensione che lui non poteva ignorare.
Etan scosse la testa, un gesto che riusciva a sentire perfettamente perché non apparteneva alla sua parte "viva".
«Guarda queste gambe, Etan. Guarda come tremano. Tu non le senti, ma io sento che il corpo è finito. Se continuiamo a camminare, crolleremo e non riuscirò più a rialzarmi.»
L'ombra della ragazza scivolò davanti a lui, una macchia scura che sembrava quasi fatta di fumo bluastro contro il marrone della foresta.
Etan la fissò, sorpreso. «Ma io... io non sento nulla. Sotto il collo è tutto vuoto. Mi sembra di galleggiare nel nulla.»
«Sembra uno scherzo crudele,» commentò lei con un tono amaro. «Ma mentre tu cerchi di capire perché non senti nulla, io sento questo stomaco che si stringe su se stesso. C'è un vuoto che scava dentro di noi, Etan. Fa male. È come se qualcosa mi stesse mangiando da dentro.»
Etan la ascoltò con una punta di disagio. Lui non sentiva quel dolore, ma sapere che Tsuki lo percepiva lo rendeva reale. Aprì la sacca e tirò fuori il coltellino rubato, insieme al pane duro e a quel pezzo di formaggio giallastro.
«Dobbiamo riempirlo, allora,» disse lui.
Si sedettero su una pietra, poi poggiò il pane sulle ginocchia. Fu frustrante: sentiva il peso delle braccia, ma non la consistenza della crosta sotto i polpastrelli. Dovette stringere forte il manico del coltello, fissando la lama con un'attenzione maniacale. Senza il tatto, la vista era l'unico modo per non farsi scivolare il metallo sulla pelle.
«Stai attento,» mormorò Tsuki. La sua ombra si fece vicina, quasi a voler stabilizzare la sua mano. «Se ti tagli, io sentirò il sangue colare e il bruciore, ma tu continuerai a muoverti come se nulla fosse. È orribile guardarti.»
«Cerco di fare del mio meglio,» rispose Etan, riuscendo finalmente a staccare una fetta di pane. «È come cercare di guidare un carro nel buio totale. So dove sono le ruote, ma non sento la strada.»
Tagliò un pezzo di formaggio e lo appoggiò sulla fetta. Poi, con un movimento cauto, portò il cibo alla bocca.
Appena i denti affondarono nel pane, il mondo cambiò. La lingua, il palato, le gengive... lì le sensazioni erano esplosive. Sentì la crosta croccante che si sbriciolava e il sapore acre e grasso del formaggio.
«Lo sento,» disse a bocca piena, quasi sorpreso. «Sento il sapore, Tsuki. È... incredibile.»
Ma la gioia durò un istante. Non appena mandò giù il primo boccone, la sensazione di piacere svanì nel nulla. Il cibo superò la gola e, per i sensi di Etan, smise semplicemente di esistere.
Ma Tsuki ebbe un sussulto, come se fosse stata colpita.
«È… strano,» mormorò, e la sua voce sembrò incrinarsi. «Non è il vuoto di prima. Sento un calore pesante che si allarga dove non c'è luce. È come se il corpo si stesse risvegliando da solo, senza chiedere il permesso.»
Etan continuò a masticare, guardando il pezzo di pane che diminuiva tra le sue mani. «I miei vecchi maestri dicevano che il cibo è la vita che entra nel corpo. Ma per me è solo cenere che scompare.»
«Per me no,» rispose lei, e la sua ombra sembrò vibrare per l'irrequietezza. «Sento il battito del cuore che accelera. Sento il sangue che ricomincia a scorrere più forte nelle gambe. È un rumore assordante, Etan. Prima, quando ero solo una voce, tutto era calmo. Ora è come essere intrappolati in un ingranaggio che ha ripreso a girare.»
Etan si fermò con il coltellino a mezz'aria. «Ti fa male?»
«No. È solo… troppo reale. Mi sento legata a questa carne con catene più strette di prima. Più mangi, più io divento parte di questo fango.»
Si guardarono per un istante, o almeno Etan guardò il punto in cui l'aria sembrava più densa e scura. La consapevolezza della loro unione era diventata improvvisamente più pesante del pane che stavano dividendo.
Etan finì di mangiare in silenzio. Pulì la lama del coltellino passandola sulla manica della tunica, un gesto meccanico, fatto senza pensare.
«Il cibo è finito,» disse quasi a se stesso.
Tsuki non rispose subito. La sua ombra restava immobile contro il tronco dell'albero. «Sento il cuore che batte più calmo,» mormorò lei. «Ma è un rumore che non mi piace. È troppo forte qui dentro.»
Restarono così per un po', guardando il buio, come se aspettassero che qualcuno venisse a dirgli cosa fare.
Poi, Etan alzò lo sguardo verso le cime degli alberi. «Siamo stati stupidi, Tsuki.»
«Perché?»
«Siamo scappati dal capanno senza chiedere dove siamo. Ho studiato le mappe del regno per anni, so i nomi di ogni fiume e di ogni città, ma ora che sono qui… non riconosco nulla. Questo bosco potrebbe essere ovunque. Siamo scappati da una trappola per finire in un buco nero.»
Tsuki vibrò vicino al suo orecchio. «E Marius non è perso come noi. Lui sa dove siamo. Sento la sua voglia di trovarci, è come un sapore amaro che non se ne va dalla gola.»
Poi, Etan alzò lo sguardo verso le cime degli alberi. «Siamo stati stupidi, Tsuki. Ci siamo dimenticati di chiedere dove ci troviamo»
Tsuki vibrò vicino al suo orecchio, la voce carica di un'ansia tagliente. «E Marius non è perso come noi. Lui forse sa dove siamo. Sento la sua voglia di trovarci, è come un sapore amaro che non se ne va dalla gola.»
Etan si bloccò per un istante, poi inclinò la testa di lato. «Marcus.»
«Cosa?»
«Si chiama Marcus. Non Marius,» la corresse lui, con un tono quasi automatico, lo stesso che usava con i servitori a palazzo.
Tsuki rimase in silenzio, sorpresa da quell'improvvisa pignoleria. «Nomi… sono solo suoni, Etan. Senti davvero il bisogno di correggermi mentre stiamo per morire?»
«Le parole hanno un ordine, Tsuki. Se iniziamo a sbagliare anche quelle, allora abbiamo davvero perso tutto.»
Per un attimo, la tensione tremenda che li schiacciava sembrò farsi più leggera, evaporando in quel piccolo battibecco.
Ma il momento passò in fretta. Etan si guardò le gambe. «A cosa serve sapere il suo nome se non so nemmeno camminare senza guardare dove metto i piedi? Sono un peso. Sono solo una testa attaccata a un corpo che non sento. Se Marcus ci trova, io non potrò fare nulla.»
«E io sono prigioniera di questo dolore,» aggiunse lei. «Sento ogni graffio della lana. Ero libera, Etan. Ero una voce nel vento. Ora sono incatenata a questa carne che soffre.»
Etan strinse i pugni. Vide le nocche farsi bianche, anche se per lui era come stringere l'aria.
«Allora dobbiamo smetterla di stare qui a tremare,» disse, raddrizzando la schiena contro il pino. «Io non sento il dolore? Bene. Allora userò questa maledizione. Posso camminare finché le gambe non cedono, perché il bruciore non mi ferma. Non ho bisogno di riposo se la mia testa dice di andare avanti.»
L'ombra di Tsuki sembrò sollevarsi, incuriosita da quel cambio di tono.
«Tu senti tutto quello che io non sento,» continuò Etan, fissando il buio tra gli alberi. «Tu senti il freddo, senti chi ci dà la caccia, senti se il terreno sotto di noi è marcio. Tu sarai il mio istinto, Tsuki. Sarai i miei sensi. Io sarò solo il corpo che ti porta fuori di qui. Se tu mi dici di correre, io correrò finché non ci scoppierà il cuore, perché io non sentirò il colpo, ma tu sì. Dobbiamo fidarci l'uno dell'altra. Non abbiamo scelta.»
Tsuki rimase in silenzio per un attimo, poi la sua presenza si fece più vicina, quasi a sfiorargli la spalla. «È un patto terribile, Etan. Mi stai chiedendo di sentire tutto il dolore del viaggio mentre tu ti limiti a muovere i passi.»
«È l'unico patto che ci terrà vivi contro Marcus,» rispose lui con una fermezza che non pensava di avere.
«E allora alzati,» disse lei, e la sua voce non era più un lamento, ma un ordine. «Mettiti in piedi. C'è un sentiero poco più avanti, lo sento dal modo in cui il vento passa tra le frasche. Se vuoi davvero essere il mio corpo, allora impara a non cadere.»
Etan piantò i palmi delle mani contro il terreno. Poteva vedere la terra umida infilarsi sotto le unghie, ma per il suo cervello era come se quelle mani fossero fatte di nebbia.
«D'accordo. Al tre mi sollevo,» disse Etan, la voce ferma di chi sta per compiere un esperimento importante. «Uno… due…»
«Etan, sposta il peso a sinistr—»
Troppo tardi. Etan spinse con tutta la forza che pensava di avere, ma non sentendo la resistenza del suolo, diede una spinta eccessiva con il braccio destro. Il suo corpo reagì come un pezzo di legno sbilanciato: la spalla ruotò nel vuoto e lui rischiò di finire di nuovo a terra prima ancora di aver staccato le ginocchia dal fango.
«Maledizione!» sibilò Tsuki. Il suo grido gli risuonò nel cranio come una campana. «Mi hai fatto venire un capogiro! Hai dato uno strattone che mi ha quasi staccato il collo!»
«Non sento quanto spingo, Tsuki! Sto andando a stima,» ribatté lui, restando in una posizione assurda, mezzo piegato e con la schiena curva. «Nei trattati di cavalleria dicono che l'equilibrio è una questione di baricentro. Sto cercando di calcolarlo.»
«Smettila di calcolare e ascoltami!» la sua ombra vibrò di rabbia pura. «Sento la tua gamba sinistra che sta tremando come una foglia perché la stai caricando troppo. Se non sposti il bacino di qua, cederà tra tre secondi. Lo sento… fa male, Etan! Sposta quel maledetto peso!»
Etan inclinò il busto verso dove indicava la voce, con la cautela di chi maneggia un vaso di cristallo. Finalmente, con uno sforzo che gli fece imperlare la fronte di sudore (l'unica cosa che sentiva davvero era il calore del proprio sforzo), riuscì a raddrizzarsi.
Rimase in piedi, immobile, le braccia leggermente larghe. Sembrava uno spaventapasseri dimenticato in mezzo al bosco.
«Sono in piedi?» chiese, senza osare abbassare lo sguardo.
«Sì, ci sei,» rispose lei, esausta. «Ma sembri una statua mal montata. Prova a fare un passo. Solo uno. Ma guarda dove metti il piede, o giuro che ti lascio cadere nel primo fosso che troviamo.»
Etan fissò lo stivale destro. Doveva comandare a quel pezzo di carne di sollevarsi, avanzare e scendere. Semplice sulla carta. Impossibile se non senti dove finisce la gamba e inizia l'aria.
Etan avanzava rigido. Cercava di mappare il terreno con gli occhi, ma la sua mente tornava continuamente ai libri che aveva lasciato nel castello.
«Guarda avanti, Etan. Sento il terreno che si fa più friabile,» lo avvertì Tsuki. La sua voce era tesa, carica di tutti i segnali nervosi che arrivavano dalle piante dei piedi.
«Potrebbe essere Sphagnum, il muschio delle paludi,» mormorò Etan, distratto da una macchia verde pallido vicino a una radice. «Il Maestro Waler diceva che se cresce così folto, allora...»
«Etan, smettila con quel Valerius! Solleva il pi—»
Troppo tardi. Etan non sentì la radice che gli bloccava lo stivale. Senza il senso del tatto, non percepì l'inciampo finché non vide il suolo venirgli incontro. Non ebbe riflessi, non mise le mani avanti. Cadde come un sacco di grano.
BAM.
Il colpo fu sordo. Etan rimase con la faccia nel fango, gli occhi sbarrati a pochi centimetri dal muschio. Non sentiva nulla. Per lui era come se il mondo si fosse spento per un istante.
Ma per Tsuki fu l'inferno.
«AARGH!» Un grido strozzato esplose nella testa di Etan. L'ombra vibrò violentemente. «Le ginocchia... le ginocchia! Fa male, Etan! È come se fossero andate in frantumi!»
Etan sollevò la testa con calma spettrale. Vide il fango sulla sua faccia, ma non ne sentiva la consistenza. Abbassò lo sguardo: le sue ginocchia avevano colpito una pietra piatta sotto il muschio. La stoffa della tunica era strappata e un liquido scuro e caldo cominciava a macchiare il tessuto.
«Vedo del sangue,» disse Etan, osservando la ferita come se appartenesse a un altro. «Le rotule sembrano intatte, ma la pelle è squarciata. È questo che senti?»
«Sì, maledetto te! Sento il fuoco che mi divora le gambe!» sibilò lei tra i denti, la voce rotta dalle lacrime. «E sento il sapore metallico del sangue in bocca perché hai i denti sporchi di terra. È schifoso, Etan! Se parlassi meno e usassi quegli occhi per guardare dove vai, non sarei qui a urlare dal dolore!»
Etan si passò la mano sulle labbra. Vide il rosso sulle dita.
«Capisco. Quindi tu senti il sapore e io no. Io vedo la ferita e tu provi il bruciore.» Si rialzò lentamente, ignorando le grida di protesta dei nervi di Tsuki che gli squassavano il cranio. «Dobbiamo muoverci. Il sangue attira gli animali e l'odore della paura attira Marcus. Se le tue ginocchia bruciano, significa che siamo ancora vivi.»
«Ti odio,» sussurrò lei, mentre il dolore pulsante dalle gambe le annebbiava la vista. «Ti odio così tanto.»
Etan avanzava nel buio, il respiro corto. Il dolore alle ginocchia che Tsuki gli trasmetteva era una pulsazione costante, ma lui continuava a camminare come se il corpo fosse un macchinario da guidare a distanza.
«Ricordo ancora ogni singola volta,» disse Etan all'improvviso, la voce piatta come una lama di ghiaccio. «Mentre ero a tavola con lei, o quando cercavo di compiacerla con i miei studi... ricordo come mi sussurravi all'orecchio quelle parole fredde e spietate contro di lei. Non hai mai smesso un istante di dirmi quanto fosse gelida, quanto mi odiasse.»
Tsuki emise un suono che era a metà tra un ringhio e un lamento. «Ero l'unica a dirti la verità, Etan. Diciassette anni passati nell'angolo buio della tua testa a guardare quella donna. Come facevi a non accorgertene?»
«Era mia madre, Tsuki. Quello che tu chiami 'freddezza' per me era ordine. Disciplina nobiliare.»
«Bugie! Ti racconti bugie da quando hai imparato a leggere!» la voce di Tsuki ora era carica di un disprezzo vibrante. «Io c'ero, Etan. Ero lì quando avevi cinque anni e sei caduto dalle scale della biblioteca. Sanguinavi, proprio come adesso. Lei è rimasta sulla soglia, si è tirata su i guanti e ha chiamato un servo perché ti pulisse il tappeto. Non ha fatto un passo verso di te. Non ti ha sfiorato nemmeno con un dito perché avevi osato sporcare la sua perfezione con la tua carne.»
Etan strinse i denti, ma continuò a marciare nel fango, fissando il vuoto.
«Ti trattava con sufficienza perché eri un obbligo, non un figlio,» continuò lei, inarrestabile. «Ti sussurravo quelle parole perché ero stanca di sentire il tuo cuore accelerare per una donna che ti guardava come se fossi un mobile fuori posto. Volevo che la odiassi. Volevo che ti staccassi da quel fantasma prima che Marcus arrivasse a portarti via tutto.»
Etan si fermò di colpo. Il silenzio del bosco sembrò schiacciarlo. «Quindi era questo il tuo piano. Rendermi solo al mondo ancora prima che perdessi il castello. Distruggermi dall'interno per diciassette anni.»
«Ho solo dato voce a quello che tu non avevi il coraggio di pensare,» rispose lei, ora più calma, ma ferocemente gelida. «Ora non hai più una madre a cui tornare. Hai solo me. E io sono l'unica che sa quanto bruciano quelle ginocchia, perché io sono l'unica che le sente davvero. Lei non ha mai saputo nemmeno se fossi vivo o morto lì dentro. Per lei, eri solo polvere da spazzare via.»
Uscirono dal folto del bosco all'improvviso, come se la foresta si fosse stancata di trattenerli. L'aria divenne improvvisamente più leggera, priva di quell'odore soffocante di terra e decomposizione.
Etan si fermò, ansimando. Davanti a lui, oltre il declivio della collina, la valle si apriva in un abbraccio di pietra e luci.
«È Oakhaven!» esclamò Etan. Per la prima volta da quando erano fuggiti, la sua voce non era una fredda analisi, ma un grido vibrante di speranza. «Tsuki, guarda! Le tre torri gemelle, la cinta muraria a semicerchio… ce l'abbiamo fatta. Siamo arrivati.»
L'ombra di Tsuki sembrò rilassarsi lungo le gambe di lui. «Le ginocchia…» mormorò lei, quasi in trance per il sollievo. «Finalmente potrò smettere di sentire questo fuoco.»
Etan fece un passo avanti, pronto a scendere il sentiero battuto. Ma poi, i suoi occhi di studioso, abituati a cercare il dettaglio minimo nelle miniature dei libri, si fissarono sull'asta più alta della torre centrale.
Il vento della valle spiegò il vessillo che sventolava contro il cielo violaceo del crepuscolo.
Etan si gelò. Il respiro gli si bloccò in gola, producendo un fischio roco.
Non era il vessillo azzurro del Ducato. Non c'era il Grifone d'oro che avrebbe dovuto accoglierlo. Al suo posto, un drappo di seta pesante, color ocra scuro, quasi il colore del sangue rappreso, sbatteva violentemente. Al centro del drappo non c'erano figure animali, ma tre glifi neri, tracciati con una precisione meccanica, quasi disumana. Erano linee rette che si incrociavano in angoli acuti, formando un simbolo che sembrava un occhio stilizzato o una morsa.
Etan sentì le ginocchia cedere, stavolta non per il dolore di Tsuki, ma per la propria improvvisa debolezza.
«No…» sussurrò. «Non è possibile.»
«Etan? Che succede?» chiese lei, percependo il terrore gelido che partiva dal centro del petto di lui e si irradiava nelle braccia. «Perché ti sei fermato? Siamo arrivati, no?»
«Quella bandiera…» Etan scosse la testa, gli occhi sbarrati, i bordi della vista che iniziavano a farsi sfocati. «Quei glifi appartengono all'Impero di Kaelos. Ma Kaelos è oltre il Mare di Vetro. È a mesi di navigazione da qui. Non possono essere qui. Non possono aver preso Oakhaven.»
