Cherreads

Chapter 9 - La fortezza degli spezzati

La fortezza della Gilda emerse dalla nebbia come un gigante di pietra ferito. Non c'era gloria tra quelle mura. Attorno al perimetro, la terra era stata rivoltata in una serie infinita di tumuli freschi. Etan, riaprendo gli occhi attraverso quelli di Tsuki, vide la scena: figure curve sotto la pioggia sottile stavano scavando, il suono metallico delle vanghe contro le pietre ritmava un coro funebre incessante. Alcuni corpi, avvolti in sacchi di iuta, attendevano il loro turno sul bordo del fango.

I Sette non si fermarono a guardare. Era la loro normalità.

Quando il pesante portone di quercia e ferro si aprì, l'odore colpì Tsuki come uno schiaffo: era un mix nauseabondo di sudore, aceto correttivo e l'odore dolciastro della carne che va in cancrena.

Il grande salone centrale, dove un tempo gli avventurieri sedevano a brindare e a contrattare missioni leggendarie, era stato profanato dalla necessità. I lunghi tavoli di quercia non ospitavano più mappe o boccali, ma erano diventati tavoli operatori improvvisati, coperti di teli macchiati. Sopra di essi, lampade alchemiche oscillavano emettendo una luce giallognola e tremula.

Zobb si staccò subito dal gruppo. Le sue scaglie da lucertola riflettevano i bagliori delle fiamme mentre si avvicinava a un tavolo dove un uomo gemeva.

«Smetti di sprecare fiato,» sibilò l'ibrido, la lingua biforcuta che saettava nervosa. Con un movimento fluido delle dita artigliate, afferrò una pinza da un vassoio pieno di bulloni e bende. «Se urli, il pistone non entra dritto.»

Accanto a lui, Lyra si mosse tra le brande come un angelo caduto in una trincea. Prese la mano di un soldato che fissava il soffitto con occhi vitrei, sussurrando parole di conforto che suonavano vuote in quel tempio del dolore.

Vallek camminava al centro della sala, la sua tunica immacolata che sembrava un insulto a tutto quel fango. Non guardava i feriti, guardava la logistica.

«Pulite il tavolo tre,» ordinò con voce piatta, senza emozione. «Voglio la ragazza sotto la luce. Subito.»

Tsuki rimase immobile al centro di quell'inferno. Attorno a lei, i feriti — uomini e donne con braccia di ottone, gambe di legno rinforzato e occhi di vetro magico — smisero di lamentarsi per un istante. La fissavano. Lei era perfetta. Lei era intera. In quella macelleria di pezzi di ricambio, Tsuki sembrava una divinità d'argento caduta per errore in una discarica di carne.Brak non si tolse l'armatura. Si avvicinò a una fila di brande dove i feriti più pesanti attendevano di essere spostati. Con un grugnito sordo e il fischio del vapore che usciva dalle sue giunture meccaniche, sollevò un uomo intero — svenuto e privo di entrambe le gambe — come se fosse un sacco di grano. Lo trasportò verso il fondo della sala, dove le grida erano più forti, camminando con un passo pesante che faceva tremare le bacinelle di ferro sui tavoli.

Oros si muoveva come un fumo grigio tra i letti. Non usava bende. Si chinava sui soldati che tremavano per il terrore, avvolgendo le loro teste con la sua nebbia fredda. Etan, osservando attraverso Tsuki, notò che dove passava Oros, i lamenti cessavano, sostituiti da un silenzio innaturale e occhi spalancati che fissavano il vuoto. Stava soffocando il loro dolore rubando i loro ricordi, o forse solo stendendo un velo di oblio su ciò che avevano visto.

In alto, tra le travi annerite dal fumo delle lampade, Kael era un'ombra frenetica. Appariva e scompariva tra i ballatoi, portando flaconi di alcol, bende pulite e nuovi bulloni d'ottone ai tavoli operatori. Ogni volta che riappariva, il suo corpo sembrava avere un tremito più forte, un "glitch" che lasciava dietro di sé un odore di ozono e carne bruciata. Era il corriere di questa trincea, l'unico che poteva attraversare il caos in un battito di ciglia.

Vyx, invece, non abbassava la guardia. Si era arrampicata su una catasta di casse di legno vicino all'ingresso, i suoi occhi gialli che scrutavano non i feriti, ma le ombre oltre le vetrate rotte della fortezza. Continuava a giocherellare con la punta di una freccia, pulendola ossessivamente su un lembo del mantello. Per lei, la Gilda non era un ospedale, era una trappola che stava per scattare. Ogni tanto abbassava lo sguardo su Tsuki, misurando con gli occhi la distanza tra la ragazza e l'uscita, come se stesse calcolando il valore di quella taglia rispetto alla vita dei compagni.Infine Lyra, che Etan vedeva muoversi con una grazia che stonava con lo sporco circostante. Lei non operava, ma teneva ferme le membra di chi veniva mutato. Quando Zobb incideva o avvitava, era Lyra a cantare sottovoce, una melodia dolce che copriva il rumore della sega chirurgica. La sua magia non chiudeva le ferite, ma manteneva il cuore del paziente abbastanza forte da non schiantare sotto il dolore dell'innesto.In fondo al salone, dove i lamenti dei feriti diventavano un sussurro soffocato dal fumo delle candele di sego, sedeva Gideon. Non era su un trono, ma su una catasta informe di casse di munizioni e pezzi d'armatura arrugginiti. Avvolto in una tunica che aveva il colore della cenere, Gideon teneva la testa inclinata di lato. Una spessa fascia di cuoio, sporca di unguenti nerastri, gli sigillava gli occhi, ma le sue narici fremevano a ogni folata di vento che entrava dal portone.

Vallek si fermò a pochi passi, restando in piedi, rigido come una lancia.

«Gideon. Siamo tornati.»

Il vecchio non rispose subito. Passò la lingua secca sulle labbra, poi emise un suono che era a metà tra un rantolo e una risata.

«Sento l'odore dell'ozono bruciato di Brak e il ferro arrugginito delle vostre lame,» gracchiò, e la sua voce sembrava il rumore di pietre che rotolano in un pozzo. «Ma c'è un'altra nota nel vento, Vallek. Una nota che non puzza di fango, né di cancrena, né di olio.»

Vallek fece un cenno e Lyra accompagnò Tsuki in avanti, finché la ragazza non si trovò a un soffio dal vecchio.

«Abbiamo trovato qualcosa di strano, Vecchio,» disse Vallek, la voce priva di qualsiasi emozione, un comando travestito da constatazione. «Vyx dice che l'aria intorno a lei vibra in modo sbagliato. Non è una profuga, e non è un soldato. Voglio che la vedi.»

Gideon si sporse in avanti, il viso a pochi centimetri da quello di Tsuki. Le sue mani, nodose e macchiate dal tempo, rimasero sospese a mezz'aria, le dita che vibravano come se stessero cercando di pizzicare le corde di un'arpa invisibile.

«Mi chiedi di guardare l'invisibile...» sussurrò Gideon, e un brivido percorse la sua schiena curva. «Tu mi porti cenere e mi chiedi se brucia. Ma questa ragazza... lei non vibra, Vallek. Lei è un buco nel mondo. È un silenzio d'argento che mangia il rumore di tutto il resto.»

Lentamente, Gideon allungò un dito verso la tempia di Tsuki, fermandosi prima di toccarla.

«Dimmi, ragazza,» mormorò con una dolcezza che fece rizzare i peli sulle braccia di Vyx. «Il cuore che sento battere lì dentro... è davvero il tuo, o sei solo l'involucro di qualcos'altro che ha fame?»

Gideon rimase con il dito sospeso, la pelle delle nocche tesa come carta velina. Il silenzio nel salone della Gilda si fece così pesante che il sibilo del vapore di Brak sembrò un urlo.

Dall'oscurità della mente di Tsuki, Etan sentì un gelo che non veniva dal corpo della ragazza.

«Tsuki... resta ferma. Non pensare. Non esistere,» sussurrò Etan, la voce strozzata dal ricordo. «È lui. Gideon. Mi portarono da lui una volta sola, da bambino. Mi fissò per ore senza dire una parola, cercando di capire cosa fossi. Pensavo fosse morto... o che mi avesse dimenticato.»

Ma Gideon non aveva dimenticato.

Il vecchio fece un passo indietro, inciampando contro una cassa di bulloni che rovesciò con un fragore metallico. Non se ne curò. Portò le mani alla fascia di cuoio sugli occhi, premendo con forza, come se cercasse di spremere un'immagine dal buio.

«Questa... questa vibrazione...» mormorò Gideon, e la sua voce era un filo di vento tra le rovine. «L'ho percepita già. Una volta sola. Molti cicli fa, prima che la polvere oscurasse il sole.»

Vallek si irrigidì, lo sguardo che passava dal vecchio alla ragazza. «Di che parli, Gideon? È solo una profuga d'argento.»

«No,» ringhiò il vecchio, e per la prima volta l'autorità tornò nella sua schiena curva. «Non era una profuga. Era un ragazzo. Un piccolo frammento di qualcosa che non doveva esistere. Aveva lo stesso sapore di questo vuoto... lo stesso odore di metallo e stelle.»

Gideon si tese di nuovo verso Tsuki, il viso contratto in una smorfia di pura ossessione.

«Dimmelo, ragazza,» sussurrò, le dita che cercavano freneticamente l'aria vicino al suo collo. «Dove ho già sentito questa sensazione?»

Vyx imbracciò l'arco, le pupille verticali ridotte a fessure. L'atmosfera era cambiata: non erano più in un rifugio, erano in una cella d'interrogatorio.

L'aria nel salone della Gilda era un ammasso denso di fumo di sego e l'odore metallico del sangue vecchio. Gideon restò con il dito sospeso a un soffio dalla pelle di Tsuki, il braccio nodoso che tremava così forte da far scuotere la tunica color cenere.

Il silenzio non calò su tutta la sala – le seghe chirurgiche continuavano a stridere in fondo al locale e i feriti continuavano a rantolare – ma si espanse come una macchia d'olio attorno al tavolo dei Sette.

Gideon spalancò la bocca. Le sue labbra screpolate si mossero a vuoto per un istante, poi ne uscì un soffio d'aria che sapeva di polvere.

«Etan!?»

Il nome non fu gridato. Fu una domanda strozzata, un riconoscimento che veniva dal buio delle sue orbite sigillate.

Vallek si irrigidì. Il cuoio dei suoi guanti scricchiolò mentre chiudeva le mani a pugno lungo i fianchi. Gli occhi del leader si fecero gelidi, piantati sul profilo immobile di Tsuki. Non sapeva chi fosse Etan, ma sentiva il terrore del vecchio vibrare nelle assi del pavimento.

Vyx non aspettò. Il sibilo della corda dell'arco che veniva tesa al massimo fu un suono secco, definitivo. La punta della freccia puntava dritto alla gola della ragazza. Le sue pupille verticali erano ridotte a fessure minacciose.

«Chi è Etan, Vecchio?» ringhiò la Ranger, la voce che vibrava di una ferocia pronta a esplodere. «Chi è questo Etan che senti in una ragazzina dai capelli bianchi?»

Gideon non l'ascoltò. Si sporse ancora di più, infilando il naso nell'aria gelida che circondava la ragazza. Le sue dita iniziarono a graffiare il bordo del tavolo di quercia, lasciando solchi profondi nel legno unto.

«È lui, Vallek...» esalò il vecchio, e una goccia di bava gli scivolò sul mento. «Sotto questo involucro d'argento non c'è una profuga. C'è l'ombra dagli occhi blu che mi ha tormentato per tanti anni. Quella che mi fissava dal buio quando pensavo di essere solo. È qui. È tornata.»

Tsuki parlò. La sua voce non era il gracidio di Gideon, né il comando di Vallek. Era un suono pulito, gelido, che sembrava venire da un'altra dimensione.

«Etan ha paura di te, vecchio» disse Tsuki, senza distogliere lo sguardo dal vuoto. «Dice che le tue mani sono fredde e sanno di cenere. Ma io... io sento solo che sei molto, molto fragile. E che la tua paura ha un sapore buonissimo.»

Gideon emise un verso strozzato e cadde all'indietro,cadendo sulla sedia. fu come un segnale di guerra.

Vyx non aspettò che Gideon finisse di sedersi. Il suo istinto di predatrice, affinato in anni di cacce nelle terre selvagge, esplose in un unico, fluido movimento.

CLACK.

Il legno del ricurvo si distese con un colpo secco. La freccia partì come un fulmine nero, percorrendo i pochi metri che la separavano dalla gola di Tsuki. Fu un battito di ciglia: la punta di ferro grezzo bucò l'aria, puntando dritta alla giugulare con tutta la forza della corda tesa.

L'impatto non produsse il suono della carne che si spacca.

Nel millesimo di secondo in cui il metallo gelido toccò la pelle pallida del collo, la realtà sembrò tossire. Non ci fu sangue. La punta di ferro si sgretolò, seguita dall'asta di legno e dalle piume di coda. La materia stessa della freccia rinnegò la propria forma, disintegrandosi in una cascata di polvere grigiastra e granelli di sabbia finissima che scivolarono lungo la clavicola di Tsuki.

SHHH.

Vyx rimase immobile, l'arco ancora vibrante tra le mani e la corda che le sferzava l'avambraccio. I suoi occhi gialli erano sbarrati, fissi sul punto del collo di Tsuki dove non c'era nemmeno un graffio, solo un sottile velo di polvere che cadeva a terra.

Il silenzio che seguì fu più violento dello sparo.

«Basta!»

Il comando di Vallek tagliò l'aria come una frusta. Il leader scattò in avanti, ma non verso Tsuki. Afferrò il braccio di Vyx, che con la mano tremante stava già cercando convulsamente di estrarre un pugnale dal fianco. La sua stretta fu brutale.

«Fatti indietro, Vyx! È un ordine!» ruggì Vallek.

Lui aveva visto. Se la freccia era diventata sabbia dopo un volo di metri, le loro spade sarebbero diventate fumo prima ancora di poterla sfiorare.

Tsuki non si era mossa di un millimetro. Non aveva nemmeno alzato le mani per difendersi. Lentamente, abbassò lo sguardo sulla spalla dove riposavano i resti della freccia, poi tornò a fissare il vuoto.

«Visto?» sussurrò Gideon dal pavimento, la voce ridotta a un pianto roco. «Ve l'ho detto... non è carne. È la fine di tutto quello che tocchiamo.»

Vallek ignorò il vecchio. Si parò davanti a Tsuki, mantenendo una distanza di sicurezza, le mani aperte e ben visibili.

«Ora,» disse rivolto a Tsuki, con un tono che cercava di non tremare. «Tu e l'ombra che hai dentro... dovete spiegarmi cosa siete. Prima che Vyx perda del tutto il senno.»

Hai ragione, correggiamo la posizione di Gideon. Il fatto che sia sulla sedia rende la scena più tesa: non è un vecchio che striscia nel fango, ma un uomo che sta crollando su se stesso proprio davanti a loro, rendendo il suo terrore più "visibile" all'altezza degli occhi di Vallek e degli altri.

Ecco la scena corretta con Gideon seduto e l'analisi:

Il silenzio nel salone era così denso che si sentiva solo il sibilo del vapore di Brak e il respiro affannoso di Gideon. Il vecchio era sprofondato nella sedia, le mani nodose che artigliavano i braccioli di legno con tale forza da far sbiancare le nocche.

Tsuki non guardava nessuno. La sua testa era inclinata verso una spalla, le labbra che si muovevano appena in un sussurro rivolto al nulla.

«Sì... lo so. Hanno paura,» mormorò la ragazza, la voce piatta. Poi, dopo un istante, scosse il capo. «No. Non ancora. Il vecchio puzza di cenere, ma è ancora vivo sulla sua sedia.»

Vyx fece un passo indietro, l'arco che pendeva inutile dalla mano sinistra. Guardava Tsuki come se fosse un focolaio di peste. «Con chi diavolo sta parlando?» ringhiò, ma la sua voce era priva della ferocia di prima.

Vallek non rispose. Rimase immobile, studiando il modo in cui i muscoli del collo di Tsuki si rilassavano e come il suo sguardo iniziasse a farsi più umano, meno vitreo.

«Stai calma,» disse all'improvviso Tsuki, alzando il volume. «Lascia che sia io. Torna nell'ombra.»

La ragazza chiuse gli occhi. Quando le palpebre si rialzarono, le gemme azzurre sembravano aver perso quel riverbero metallico. Vallek colse il momento. Si schiarì la gola, sporgendosi verso di lei con una cautela quasi assurda, come se temesse che anche le sue parole potessero trasformarsi in sabbia.

«Sei tu... Etan?» chiese il leader. «Gideon ha fatto il tuo nome. Vorrei che comunicassi con noi, se sei lì dentro. Per favore... cerchiamo di essere civili. Nessun altro scoccherà frecce.»

Gideon, dalla sedia, emise un gemito di puro terrore, sussultando come se fosse stato colpito. «Non parlargli, Vallek! Non dargli una voce!»

Etan, attraverso il corpo di Tsuki, si portò una mano al petto. Guardò Vallek, poi Vyx, e infine Gideon che tremava sulla sedia di fronte a lui.

«Gideon è sempre stato un codardo,» disse Etan. La voce era quella di Tsuki, ma l'inflessione era mutata. «Scusate per la freccia. Lei... non ama essere toccata dal ferro.»

Vyx sussultò, stringendo i denti. «"Lei"? Di cosa stai parlando?»

Etan sospirò, guardando fisso Vallek. «Possiamo parlare, Vallek. Ma dì alla tua cacciatrice di mettere via l'arco. Se Tsuki percepisce di nuovo quella corda tesa, non sarò io a decidere cosa diventerà sabbia la prossima volta.»

Il sussulto arrivò all'improvviso, un urto violento che partì dal centro del petto di Tsuki.

La ragazza inarcò la schiena, ma non c'era un tavolo a sostenerla. Barcollò nel vuoto, le mani che cercavano aria mentre un gemito strozzato le moriva in gola. Sotto la tunica grigia, le ossa emisero uno scricchiolio sordo, come rami secchi che si spezzano sotto il peso della neve. Non era un movimento fluido: era una rivolta della carne.

Le spalle, prima esili, iniziarono ad allargarsi con una lentezza dolorosa, tendendo le cuciture dell'abito fino a farle scricchiolare. La curva aggraziata dei fianchi svanì, raddrizzandosi in una linea maschile, asciutta e spigolosa.

Poi il cambiamento raggiunse i capelli. Il bianco lunare di Tsuki sembrò bruciare dall'interno, ritirandosi e scurendosi come se venisse riassorbito. In pochi istanti, la chioma argentea si accorciò drasticamente, trasformandosi in una massa disordinata di capelli castano terroso, opachi e bagnati di sudore.

Vyx fece un balzo indietro, rischiando di inciampare nei suoi stessi stivali. L'arco le tremava tra le mani, la freccia ormai dimenticata a terra tra i granelli di sabbia. Fissava quel corpo che mutava con una repulsione quasi sacrale, le pupille gialle ridotte a spilli.

Gideon, dalla sua sedia, emise un rantolo. «La maschera cade...» gracchiò, con le orbite vuote puntate verso il centro della stanza. «Vedete? Vedete l'orrore che avete invitato in casa nostra?»

Lentamente, il volto si sciolse e si ricompose. I lineamenti di porcellana di Tsuki si indurirono; la mascella divenne quadrata, il naso più dritto e severo. Quando gli occhi si riaprirono, l'azzurro glaciale era sparito. Al suo posto c'erano le pupille di Etan, cariche di una stanchezza millenaria.

Etan — ora fisicamente presente, stremato e tremante — cercò di restare in piedi, ma le gambe gli cedettero. Barcollò, cercando un equilibrio che quel corpo nuovo non sembrava ancora accettare. Gocce di sudore freddo gli imperlavano la fronte.

Guardò Vallek, poi rivolse lo sguardo a Gideon, ancora inchiodato alla sedia.

«Sì, Gideon,» disse Etan. La voce era più profonda, incrinata dalla fatica, ma ferma. «Sono io. E come vedi, nemmeno questo guscio riesce a nascondere il marcio che mi avete lasciato addosso.»

Si voltò verso Vallek, ignorando Vyx che sembrava sul punto di crollare per lo shock.

«Vallek...» mormorò, cercando di non svenire. «Il mio nome è Etan. E se vuoi risposte, faresti meglio a dire alla tua cacciatrice di calmarsi. Non so quanto ancora riuscirò a restare cosciente dopo questo.»

Etan rimase a fissare le proprie mani. Non erano più le dita affusolate e diafane di Tsuki; erano mani maschili, più grandi, con le nocche arrossate dallo sforzo della trasformazione e le vene che pulsavano sotto una pelle ancora troppo sensibile. Per un uomo della sua estrazione, un borghese abituato all'ordine e al controllo, quella nudità improvvisa e il contatto con l'aria viziata della Gilda erano insopportabili. Erano il simbolo del suo trauma, della carne esposta e violata.

«Qualcuno...» mormorò Etan, la voce che vibrava di un'ansia sottile, quasi ossessiva. «Qualcuno ha dei guanti? Per favore.»

Fu un attimo. Vallek non chiese spiegazioni, non fece domande sulla stravagante richiesta di un mutaforma stremato. Con un movimento fluido e deciso, si sfilò i suoi guanti di cuoio scuro e glieli lanciò.

Il cuoio volò nell'aria pesante, atterrando tra le mani tremanti di Etan.

Vyx sussultò. I suoi occhi gialli si spalancarono e un'ombra di puro dolore, misto a una rabbia bruciante, le attraversò il volto. Quei guanti li aveva scelti lei; erano un dono di lealtà, forse di qualcosa di più, un pezzo di protezione che aveva messo personalmente nelle mani del suo leader. Vedere Vallek privarsene per darli a quell'anomalia fu come ricevere uno schiaffo in pieno petto.

Ma quando le mani di Vallek rimasero nude, il fiato si fermò nella gola di tutti i presenti.

Erano un ammasso di cicatrici lucide e violacee. La pelle appariva tirata, quasi trasparente in certi punti, segnata da ustioni così profonde che la carne sembrava essersi fusa con l'osso. Non c'erano unghie; al loro posto, solo strati di tessuto calloso e deforme, testimonianza silenziosa di una tortura che avrebbe ucciso un uomo comune.

Etan sollevò lo sguardo dalle piaghe di Vallek agli occhi dell'uomo. In quel momento, il legame tra i due si strinse: il borghese che cercava di nascondersi e il guerriero che non aveva più nulla da nascondere.

«Grazie,» disse Etan, la voce che improvvisamente ritrovava una nota di fermezza.

Infilò i guanti. Il contatto del cuoio rigido e vissuto sulla pelle gli restituì il senso del limite. Sentì il calore residuo di Vallek infondersi nelle sue dita. Fu come se una corazza si fosse chiusa attorno alla sua mente: il suo respiro, prima affannoso e rotto, si fece lento, ritmato, calmo. La lucidità tornò a scorrere come ghiaccio nelle vene.

Si rialzò del tutto, aggiustandosi i guanti sui polsi con un gesto meticoloso, quasi aristocratico, nonostante il sudore e la stanchezza.

«Ora,» disse Etan, guardando Vallek con una freddezza che non apparteneva a un profugo. «Parliamo come persone civili. Gideon, smettila di tremare. Non ho intenzione di sporcare questi guanti con il tuo sangue, a meno che tu non mi costringa a farlo.»

Etan raddrizzò le spalle, sentendo il peso del cuoio di Vallek come un'ancora che lo teneva legato alla realtà. Il respiro si era fatto regolare, quasi freddo.

«Il mio nome è Etan,» disse, e la sua voce non era più un sussurro, ma il tono di un uomo abituato a dare ordini, purificato da ogni traccia della fragilità di Tsuki. «E se Gideon continua a urlare, nessuno di noi riuscirà a capire cosa sta succedendo fuori da queste mura. E vi assicuro che è l'unica cosa che dovrebbe interessarvi, ora.»

Gideon, vedendo la calma del ragazzo e il corpo che ora lo sfidava apertamente, ebbe un crollo definitivo. Si alzò a fatica dalla sedia, puntando un dito nodoso e tremante verso il petto di Etan.

«Mostro! Blasfemo!» urlò il vecchio, la voce che si rompeva in un acuto isterico. «Non ascoltatelo! Guardate le sue mani, guardate i suoi occhi! È un'aberrazione! Vallek, liberalo! Uccidilo ora!»

Vallek fece un passo avanti, restando a meno di un metro da Etan. Le sue mani ustionate erano ancora visibili, nude e terribili.

Vallek scambiò uno sguardo rapido con Vyx. Non servirono parole; con un leggero movimento del mento le indicò la porta del salone. La cacciatrice socchiuse gli occhi in un segno d'assenso quasi impercettibile, una promessa silenziosa di sorveglianza assoluta.

«Seguimi,» disse Vallek, voltandosi verso le scale.

La salita fu un calvario. Etan barcollava, il petto che sobbalzava per lo sforzo di tenere insieme i pezzi di un corpo che non sentiva più suo. Ogni volta che Vallek allungava una mano per sostenerlo, vedendo la sua spalla urtare contro il muro, Etan scattava di lato con un ringhio soffocato. Sudava freddo, le tempie pulsanti, ma lo sguardo era una lama: non voleva essere toccato. Preferiva trascinarsi sui gomiti piuttosto che subire il contatto di un estraneo in quel momento di vergognosa debolezza.

Raggiunsero il piano superiore ed entrarono in una stanza che un tempo doveva essere stata destinata agli ufficiali, ma che ora cadeva a pezzi. Un letto di paglia marcita nell'angolo, una sedia dallo schienale spezzato e un tavolo di legno tarlato erano gli unici arredi. Vallek chiuse la porta, isolandoli dal resto del mondo.

Etan si appoggiò alla parete, cercando di non scivolare a terra. I guanti di cuoio di Vallek, ancora stretti sulle sue mani, sembravano l'unica cosa che gli impedisse di andare in pezzi.

Vallek si fermò al centro della stanza, le mani ustionate bene in vista. «Che cos'è quel potere?» chiese, senza giri di parole. «Gideon parla di mostri, ma io ho visto la materia piegarsi. Non sembra una dote che si impara sui libri.»

Etan sollevò lo sguardo, i capelli castani incollati alla fronte dal sudore. «Non è un potere,» rispose con amarezza. «È una maledizione. Ci sono nato. È un parassita che mangia ciò che tocca e, a volte, mangia anche me. Non ho scelto di avere questo vuoto dentro, Vallek.»

Il leader della Gilda annuì lentamente, poi si sedette sul bordo del tavolo tarlato. «Tutti portiamo pesi che non abbiamo scelto.»

«Parliamo della città,» lo interruppe Etan, cercando di riprendere lucidità. «Com'è caduta? Perché i Sette non l'hanno difesa? E dov'è il Reggente?»

Vallek guardò le proprie mani, i palmi privi di unghie e coperti di cicatrici lucide.

«Sono venuti nella notte. Senza avvertimento, senza bandiere. Le case hanno iniziato a bruciare prima ancora che sentissimo il primo grido di battaglia,» raccontò Vallek, la voce che diventava un soffio rauco. «Non c'era una strategia, solo cenere. Queste...» sollevò le mani, «non me le sono fatte combattendo. Ho passato ore a scavare tra le macerie roventi, a tirare fuori corpi esanimi dalle case che crollavano. Ho strappato uomini e bambini dal fuoco finché la carne non ha iniziato a staccarsi dalle mie stesse ossa. Il Reggente? Nessuno lo sa. È sparito nel fumo mentre noi bruciavamo per salvare il nulla.»

Etan fissò quelle piaghe, capendo finalmente perché Vallek gli avesse dato i guanti senza esitare. Il dolore li aveva resi uguali, in quella stanza spoglia.

Vallek si schiarì la voce, un suono che parve grattare le pareti spoglie della stanza. Spostò il peso sul tavolo rotto, senza mai distogliere lo sguardo dalle mani guantate di Etan.

«E quella ragazza?» chiese, e il tono non ammetteva evasioni. «Gideon la chiamava demone. Io ho visto come si muoveva. Ho visto il vuoto nei suoi occhi. Che cos'è Tsuki per te?»

Etan chiuse gli occhi per un istante, lasciando che la testa ricadesse contro il legno marcio della parete. Un rivolo di sudore gli rigò la tempia, scomparendo nel colletto della tunica. Quando rispose, la sua voce aveva una nota di tenerezza che stonava con la durezza del suo volto maschile.

«Tsuki... non è una maschera, Vallek. È come una neonata,» mormorò, e per la prima volta la sua difesa non sembrava calcolata, ma viscerale. «È pura, priva di malizia. Non conosce l'odio che muove questo mondo. Va capita, va guidata. Se la vedi come una minaccia, è solo perché non riesci a comprendere quanto sia fragile l'equilibrio che la tiene insieme.»

Vallek alzò una mano, interrompendolo bruscamente. Il gesto mise a nudo le cicatrici violacee del palmo, un monito silenzioso.

«Risparmiami la poesia, Etan,» disse il leader, la voce che scendeva di un'ottava, gelida. «Ho visto troppa gente morire per colpa dell'innocenza. Un bambino con una lancia in mano diventa un guerriero nell'istante in cui la punta ti sfiora la gola. E quel bambino, per quanto sia puro, può fare lo stesso male di un assassino esperto. Forse anche di più, perché non sa quando fermarsi.»

Il silenzio che seguì la sentenza di Vallek fu spezzato solo dal cedimento definitivo di Etan.

Le sue gambe, che avevano retto per puro orgoglio aristocratico, si arresero. Il tonfo della sua schiena contro la parete produsse un rumore sordo e pesante. Etan non crollò subito come un sacco vuoto; scivolò lentamente, la stoffa della tunica che grattava contro il legno grezzo, mentre le dita guantate graffiavano inutilmente l'aria in cerca di un sostegno. Finì a terra, raggomitolato tra la paglia sporca e la polvere, il respiro ridotto a un sibilo incosciente.

Vallek non si mosse. Lo guardò accasciarsi con la stessa impassibilità con cui si osserva un nemico abbattuto, le mani ustionate lungo i fianchi.

La porta si spalancò con un lamento di cardini arrugginiti. Vyx entrò per prima, la mano sull'impugnatura dell'arma, seguita da Lyra. La maga si fermò un istante, i suoi occhi chiari che catturavano ogni dettaglio: il corpo di Etan a terra, l'odore acre della metamorfosi e la strana tensione che vibrava tra Vallek e Vyx.

«Va tutto bene?» chiese Vyx, la voce incrinata dal sospetto.

«Sì,» rispose Vallek, la voce piatta. Si voltò verso la maga. «Assistilo, Lyra. Voglio che resti vivo e lucido. Portagli dell'acqua e qualcosa da mangiare, e non lasciare il suo capezzale finché non avremo finito. Vyx, tu resta sulla porta. Nessuno deve entrare, per nessun motivo.»

Lyra strinse le labbra, un lampo di disappunto le attraversò il volto per quel compito così distante dal suo rango, ma si inginocchiò accanto a Etan senza protestare. Mentre la maga iniziava a esaminare il ragazzo, voltando le spalle al resto della stanza, Vallek fece un passo verso Vyx.

Fu un gesto fulmineo, quasi violento nella sua intensità. Le afferrò il viso e la baciò sulla bocca con una foga che sapeva di disperazione e comando. Vyx sussultò, le sue dita che si conficcavano nelle braccia di lui prima di cedere. Vallek si staccò di un soffio, quanto bastava perché il suo calore le bruciasse la pelle.

«Perdonami,» sussurrò al suo orecchio, una promessa che era anche una catena. Poi si voltò e uscì, lasciando Vyx a fare la guardia a un uomo che odiava e Lyra a curare un segreto che avrebbe potuto distruggerli tutti.

Nella penombra della stanza, Lyra fece scorrere le dita a pochi centimetri dalla fronte di Etan. La sua voce era un sussurro melodico, una formula antica per stabilizzare il battito e indurre un sonno ristoratore.

«Dormi e ritrova il tuo centro...» mormorò la maga.

La "maledizione" reagì all'incanto di Lyra con una violenza silenziosa. Sotto le coperte di lana grezza, il corpo dell'uomo si contrasse, rimpicciolendosi con un rumore sinistro di ossa che si riposizionavano. Le spalle larghe di Etan svanirono, i lineamenti si fecero delicati e affilati. I capelli castani mutarono colore in un istante, diventando una cascata di argento liquido che si sparse sulla paglia sporca del cuscino.

Lyra ritrasse le mani, il volto sbiancato. «No... cosa ho fatto?»

Etan aprì gli occhi. O meglio, Tsuki aprì gli occhi. Erano azzurri come pietre preziose, gelidi e innaturali, ma carichi della consapevolezza furiosa di Etan. Si sollevò a fatica, sentendo il corpo leggero e instabile. I guanti di cuoio di Vallek, ora enormi, scivolavano ridicolmente lungo i suoi polsi sottili, coprendo quasi interamente le braccia esili della ragazza.

In quel momento, la porta venne spalancata. Vyx entrò come una furia, i nervi ancora scoperti per il bacio di Vallek.

Si bloccò. Non c'era più l'uomo. Al suo posto, sul letto di paglia, c'era una creatura dai capelli d'argento e gli occhi di ghiaccio che la fissava con un'intensità inumana. E indossava i guanti di Vallek.

Il sangue le salì al volto in una vampa di rabbia cieca. La gelosia da quindicenne esplose, alimentata dalla bellezza ultraterrena di quella ragazza che sembrava aver preso il posto dell'ospite.

«Tu...» sibilò Vyx, la mano che stringeva l'impugnatura della daga fino a farsi bianche le nocche. «Dov'è lui? Cosa gli hai fatto, piccola vipera d'argento? E perché... perché hai le sue cose addosso?»

«Vyx, aspetta! È un incidente magico!» esclamò Lyra, frapponendosi goffamente, agitando le mani come se potesse respingere la furia della compagna con le sole parole. «Non è colpa sua, credo che la mia cura abbia scatenato una reazione...»

«Spostati, Lyra!» urlò Vyx, gli occhi fissi sugli occhi azzurri di Tsuki. «Guarda quella faccia... è un demone! Pensi che basti farti bella e infilarti i suoi guanti per rubare il suo posto?»

Etan, intrappolato in quel corpo minuto, provò a parlare. Ma la voce che uscì fu un flauto cristallino, una nota pura che lo fece inorridire. «Vyx, calmati. Sono io, Etan. Ragiona, per una volta.»

«Non osare parlarmi così con quella bocca!» ringhiò Vyx, interpretando la calma di Etan come un insulto alla sua autorità. «Ti strapperò quel cuoio dalle mani a morsi, se necessario!»

Etan sentì il terrore mordergli lo stomaco. In quel corpo non c'erano muscoli pronti a scattare, solo una fragilità che lo faceva sentire nudo sotto lo sguardo d'odio della cacciatrice. Avrebbe potuto attingere al Vuoto, scatenare quella natura instabile che gli premeva nel petto, ma l'orrore di disintegrare un essere umano lo paralizzava. Un rantolo di pura paura, acuto e infantile, gli sfuggì dalle labbra mentre si rannicchiava contro l'angolo della stanza, affondando nella paglia sporca e polverosa.

Vyx caricò, la lama che brillava di una luce sinistra mentre si lanciava verso la figura dai capelli d'argento.

«No!» gridò Lyra, balzando in avanti per fare da scudo umano.

L'impatto fu scomposto, un groviglio di stoffa e membra. Vyx cercò di scartare all'ultimo istante per non colpire la compagna, ma la punta della daga tracciò un solco rosso sul palmo teso della maga. Lyra gemette, stringendosi la mano da cui iniziò a colare sangue scuro, macchiando gli steli secchi a terra.

Vyx rimase pietrificata per un secondo, fissando il sangue dell'amica. Poi, invece di pentirsi, voltò lo sguardo verso Tsuki, gli occhi iniettati di rabbia cieca. «È colpa tua! Se non fossi qui, lei non sarebbe ferita! Ti ammazzo, demone!»

Vallek apparve sulla soglia come un'ombra scagliata dal destino. Prima che Vyx potesse muovere un altro muscolo, il leader fece un passo fulmineo, colmando la distanza con una velocità inumana. Con un colpo secco e preciso del taglio della mano alla base del cranio, interruppe il flusso di coscienza della donna.

Vyx svenne all'istante, ma non toccò terra. Vallek la prese al volo, stringendola contro il proprio petto corazzato con una forza quasi violenta, impedendo che il suo corpo cadesse nel sudiciume della paglia. La tenne così per un istante, il volto di lei abbandonato sulla sua spalla, mentre il respiro di lui era l'unico suono nella stanza.

Il silenzio tornò pesante, rotto solo dal respiro affannoso di Lyra. Vallek sollevò lo sguardo su Etan, che lo fissava dal basso con quegli occhi azzurro pietra carichi di terrore.

«Lyra, curati quella mano e porta via Vyx,» ordinò Vallek, la voce piatta come una lama. «Mettetela in una stanza sicura. E non lasciatela uscire finché non l'avrò deciso io.»

Lyra annuì in silenzio, premendo un lembo di stoffa sulla ferita, e trascinò fuori la compagna svenuta. La porta si chiuse con un clic definitivo, lasciando Vallek solo con la creatura dai capelli d'argento che, raggomitolata nella paglia, portava ancora i suoi guanti troppo grandi.

Etan si sollevò lentamente dalla paglia. Con un gesto che voleva essere regale, cercò di sistemarsi i capelli d'argento che gli ricadevano sul viso, ma i guanti di Vallek gli scivolarono di nuovo, facendolo apparire come un bambino che gioca con l'armatura del padre. Nonostante il tremore della voce cristallina di Tsuki, cercò di infondere autorità nel tono.

«Non temere ciò che non comprendi, Vallek,» disse, fissando il leader con quegli occhi azzurro pietra che brillavano nella penombra. «Quello che vedi non è un mostro. Sono... una manifestazione. Una scintilla divina discesa tra queste mura per guidare chi è rimasto nel buio. La caduta della città era necessaria, e io sono qui per assicurarmi che il nuovo ordine non sia costruito sulla cenere, ma sulla luce.»

Vallek non interruppe. Rimase immobile, le braccia incrociate sul petto, osservando quella creatura eterea che parlava di dei e destini. Il silenzio si prolungò finché l'unica cosa che si udiva era il fruscio della paglia sotto il peso di Etan.

«Smettila,» disse infine Vallek. La voce non era irata, era stanca. «Sento il ritmo del tuo respiro, Etan. Sento le pause calcolate tra una parola e l'altra, le stesse che usavi quando cercavi di convincermi che i tuoi guanti fossero puliti. Non sei un dio. Sei solo un uomo che ha paura di morire in un corpo che non gli appartiene.»

Etan tacque di colpo. La maschera divina si sgretolò, lasciando trasparire un'umana, amarissima sconfitta. Si lasciò ricadere contro la parete, le braccia piccole abbandonate lungo i fianchi.

Vallek fece un passo avanti, chinando il capo. Il suo sguardo passò dai guanti troppo grandi al volto argenteo del ragazzo. «Cosa sarà di noi, Etan? Cosa sarà di tutto questo se l'unica cosa che abbiamo per salvarci è una bugia?»

Etan scosse il capo lentamente. «Non lo so, Vallek. Forse non ci sono più salvatori.»

Vallek sospirò, un suono che parve svuotarlo di ogni residua energia. Si raddrizzò, voltando le spalle alla stanza. «Si è fatto tardi. La Gilda ha bisogno di un leader lucido domani, e tu hai bisogno di restare vivo in quel guscio.»

Si diresse alla porta, fermandosi un istante prima di uscire. «Dormi, se ci riesci. È il momento di coricarsi.»

«Buonanotte, Vallek,» mormorò Etan con la voce di Tsuki.

Il leader non rispose, ma il modo in cui chiuse la porta, senza sbatterla, fu l'unico segno di rispetto che poteva concedergli. Etan rimase solo nel buio, raggomitolato nella paglia, aspettando che il sonno cancellasse, almeno per poche ore, l'orrore di essere diventato ciò che non avrebbe mai voluto essere.

Vallek spinse la porta della camera di Vyx. All'interno, l'aria era pesante, densa dell'odore di erbe calmanti che Lyra aveva usato per sedare la cacciatrice. Vyx era distesa sul letto, i polsi legati alle sponde con strisce di cuoio — una precauzione necessaria perché non si facesse del male o non tentasse di tornare da Etan.

Lyra, seduta su uno sgabello con la mano ancora fasciata, alzò lo sguardo. Il leader le fece un cenno secco verso la porta. La maga esitò un istante, osservando il volto di pietra di Vallek, poi chinò il capo e scivolò fuori, chiudendo la porta alle sue spalle con un clic soffocato.

Vallek si avvicinò al letto. Vyx dormiva in modo agitato, il respiro irregolare. Lui allungò una mano e le sfiorò il seno, un gesto possessivo e brutale nella sua semplicità. Vyx sussultò, gli occhi che si spalancarono nel buio, carichi di un terrore che si sciolse nell'istante in cui mise a fuoco la sagoma di Vallek.

«Vallek...» provò a sussurrare, la voce impastata dal sonno e dalle lacrime trattenute. Voleva chiedergli dei guanti, voleva urlargli il suo odio per la ragazza d'argento.

Ma lui non le permise di parlare. Le premette il palmo della mano sulla bocca, soffocando ogni parola. «Taci,» mormorò lui, la voce come un ringhio basso.

Non c'era amore nel modo in cui la cercò. Vallek si sbarazzò dei propri abiti con movimenti frenetici, e quando si unì a lei, fu uno scontro di corpi che cercavano di annullarsi a vicenda. Vyx inarcò la schiena contro il materasso, le manette di cuoio che stridevano contro il legno mentre le sue dita cercavano disperatamente un appiglio.

Sotto la mano di Vallek, Vyx non poteva che ansimare, i suoi respiri caldi che bruciavano contro il palmo di lui. Non era passione, era una scarica di tensione accumulata tra fiamme, mutilazioni e gelosia. Si cercavano come due naufraghi che si artigliano per non affogare, usando il piacere come un'arma per ferire il dolore.

Quando finirono, il silenzio della stanza sembrò ancora più profondo. Vallek rimase sopra di lei per un tempo indefinito, sentendo il battito frenetico del cuore di Vyx rallentare contro il suo petto. Non sciolse i nodi ai suoi polsi.

Si alzò, si rivestì nel buio e, senza guardarla, si diresse alla porta. «Dormi ora,» disse soltanto.

Il freddo della paglia svanì, sostituito da un'assenza di gravità assoluta. Etan non era più rannicchiato in un angolo; si trovava in uno spazio infinito, un bianco accecante che sembrava vibrare di un ronzio elettrico.

Davanti a lui, a pochi passi, c'era lei.

Tsuki era in piedi, avvolta in un bagliore argenteo che sembrava emanare dalla sua stessa pelle. I capelli d'argento fluttuavano nell'etere come se fossero sott'acqua, e quegli occhi azzurro pietra lo fissavano con una profondità che Etan trovò insopportabile. Per la prima volta, si vedevano l'un l'altro come entità distinte.

«Quindi sei tu,» disse Etan. La sua voce nel sogno era quella di un uomo, ferma e profonda. «Sei l'ospite che mi sta rubando la vita.»

La ragazza inclinò il capo. Il suo volto era di una bellezza glaciale, priva di malizia ma carica di una tristezza millenaria. «Io non rubo, Etan,» rispose lei, e la sua voce non era un flauto, ma un coro di mille sussurri. «Io rifletto. Tu sei il vuoto che cerca una forma. Io sono la forma che cerca uno scopo. Siamo due metà di un vetro infranto.»

Etan fece un passo avanti, cercando di afferrarle le spalle, ma le sue mani attraversarono l'argento come se fosse nebbia. «Voglio tornare me stesso. Voglio che questo finisca.»

Tsuki sorrise, un gesto minimo e amaro. «Il tuo corpo è un tempio che sta crollando. Io sono il puntello che lo tiene in piedi. Se mi scacci, diventerai polvere. Ma se mi accetti... il tuo tocco potrà riscrivere il dolore degli altri.»

Allungò una mano verso di lui, toccandogli il petto, proprio sopra il cuore. In quell'istante, il bianco del sogno divenne un incendio di luce.

Etan spalancò gli occhi con un grido strozzato.

Il soffitto di legno marcio della Gilda riapparve sopra di lui. Sentì il peso brutale del suo corpo: le spalle larghe, i muscoli delle braccia, la pesantezza della propria ossatura. Era tornato uomo. Ma era inzuppato di un sudore gelido, il cuore che batteva come un tamburo impazzito contro le costole. La paglia sotto di lui era bagnata, appiccicosa.

I capelli non erano più d'argento, ma corti e castani. Eppure, sulla punta delle dita, sentiva ancora quel formicolio elettrico del sogno.

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