Lei fece per voltarsi, le gambe pesanti come se fossero diventate di piombo, ma non fu abbastanza veloce. Dal buio denso appena dietro la porta, una mano grande e gelida sbucò come un serpente e le afferrò il polso con una forza brutale. Le dita le scavarono nella carne, proprio dove Etan sentiva ancora il dolore del mignolo mancante.
Tsuki emise un gemito strozzato mentre veniva trascinata con uno strattone violento dentro la capanna, lontano dalla luce del sole, verso l'oscurità dove il Principe e il Mostro dovevano finalmente fare i conti con la realtà.
Il terrore non era più un concetto astratto imparato dai ricordi di Etan; era una scarica elettrica che le paralizzava i polmoni.
Quelle mani... non erano di carne. Erano manifestazioni magiche traslucide, ectoplasmi azzurrini che fluttuavano nell'aria seguendo i gesti convulsi di Silas. Si erano strette attorno ai polsi e alle caviglie di Tsuki, bloccandola contro la parete della capanna con una forza fredda e inesorabile.
Silas si muoveva in modo scattante, i suoi occhi erano pozzi di un'ossessione che andava oltre l'avarizia.
«Mia madre voleva mandarti via, passerotto,» mormorò Silas, la voce ridotta a un sibilo febbrile. «Diceva che sei un pericolo, che dovevi sparire prima che arrivassero i soldati. Ma non è giusto. Non è affatto giusto!»
Mentre parlava, posò con una delicatezza maniacale le pietre lucenti sul tavolo, facendole tintinnare come piccoli tesori rubati. Poi, con un gesto brutale che contrastava con la cura dedicata alle gemme, lasciò andare il corpo di Martha. La donna cadde a terra con un tonfo sordo, un sacco di ossa e vesti pesanti che rimase immobile sul pavimento di terra battuta.
«Tu resterai qui,» continuò l'uomo, avvicinandosi sempre di più, lo spazio tra loro che si riduceva fino a soffocarla. «Darai colore alla nostra vita grigia. Ci darai ricchezza. E darai a mia madre una nipote. Una creatura magica, d'argento come te.»
Tsuki non capiva il significato di quelle parole, ma il terrore primordiale che Etan stava scatenando nella loro mente comune le faceva tremare le ginocchia. Sentiva Etan urlare, un ruggito di disperazione che le graffiava il cranio.
«TSUKI! REAGISCI! REARRANGIA L'ARIA, TRASFORMA QUELLE MANI IN FUMO, FALLO ADESSO!» urlava Etan, ma lei era inerme. «Perché non ci riesci?! Con Marcus hai distrutto una stanza! Usa quella forza, maledizione, usala!»
Ma Tsuki non riusciva a concentrarsi. Con Marcus era stato un istinto di sopravvivenza puro, un'esplosione contro un nemico dichiarato. Qui, il tradimento di quel calore umano, la vista della "signora gentile" gettata via come spazzatura e la vicinanza soffocante di Silas l'avevano svuotata. Le sue forze l'avevano abbandonata, lasciandola come un guscio fragile.
Silas era ormai sopra di lei. Le mani magiche, obbedendo al suo desiderio più torbido, artigliarono la tunica di Tsuki. Il tessuto si lacerò con un rumore secco, brutale, scoprendo il pallore del seno della ragazza.
In quell'istante, il ricordo del pesce viscido tornò a galla con una violenza inaudita. Il contatto della magia di Silas sulla pelle nuda le provocò un ribrezzo così totale da spezzare il blocco.
Tsuki iniziò a gridare, un suono disumano che non era né voce di ragazza né di ragazzo. Cominciò a dimenarsi con una frenesia selvaggia, il corpo che sussultava proprio come quel pesce sulla sponda del ruscello, cercando disperatamente di scivolare via da quelle dita invisibili che la stavano sporcando.
«NON TOCCARCI!» non era più solo la voce di Etan. Era un pensiero unico, una fusione di odio e disgusto che iniziò a far vibrare le pareti della capanna.
Silas premeva il suo corpo contro quello di Tsuki, un peso umido e soffocante che puzzava di sudore e terra smossa. Nonostante la violenza del gesto, la sua voce era impastata di una tenerezza malata, quella di un uomo che non ha mai imparato il confine tra amore e possesso.
«Siamo sempre stati soli io e la mamma, sai?» biascicò lui, il fiato caldo contro l'orecchio della ragazza. «Papà è morto quando ero piccolo piccolo. La mamma ha fatto tutto da sola. Io volevo aiutarla, volevo essere bravo, ma facevo solo danni... rompevo tutto. Sapevo solo cacciare, perché con la mia magia le frecce vanno dove dico io. Ma ora... ora ci sei tu.»
Le dita di Silas accarezzarono lo zigomo di lei, mentre i suoi occhi vagavano sulle pietre preziose sparse sul pavimento.
«Andremo in città. Tutti insieme. Saremo una famiglia vera, felice. Avremo tante pietre costose, saremo ricchi, non avremo mai più fame. E tu ci darai dei bambini, passerotto...»
Silas chiuse gli occhi e si chinò, cercando le labbra di Tsuki per un bacio che sapeva di tradimento. Ma non appena il suo viso sfiorò quello della ragazza, accadde l'impossibile.
La materia stessa del corpo di Tsuki ebbe un sussulto violento. Il collo si tese, i lineamenti delicati e femminili iniziarono a ribollire come cera fusa, deformandosi sotto la pressione di una volontà furiosa che premeva dall'interno. In un istante, i tratti gentili della ragazza sparirono, sostituiti dal volto affilato, pallido e carico d'odio di Etan.
Etan spalancò gli occhi marroni, infuocati di una rabbia che non apparteneva a questo mondo.
«NON TOCCARLA, MOSTRO!» ruggì.
La voce non era più il sussurro etereo di Tsuki, ma il grido gutturale di un ragazzo.
Silas si bloccò a pochi millimetri da quel viso trasformato. La sua espressione passò in un secondo dalla brama al dubbio, poi a uno stupore paralizzante, e infine a un terrore puro, viscerale. Le mani magiche che tenevano bloccata la ragazza svanirono come fumo al vento, la sua concentrazione spezzata dallo shock.
«C-cosa... cosa...» farfugliò Silas, indietreggiando barcollando. Le gambe gli cedettero e inciampò nel tavolo, facendolo ribaltare con uno schianto tremendo. I diamanti di pane rotolarono ovunque, mescolandosi alla polvere. «Allora è vero! Sei un demone! Sei un essere maligno, un mostro mutaforma!»
Etan si alzò lentamente in piedi. La scena era un abominio visivo: il corpo era ancora quello aggraziato e minuto di Tsuki, con la tunica strappata che pendeva dalle spalle, ma sopra quel collo sottile svettava la testa maschile di Etan, i capelli corti e scuri che contrastavano con i lunghi fili d'argento della ragazza.
Era un'unione spezzata, un errore della creazione. Etan fissò Silas dall'alto in basso, ignorando il corpo esanime di Martha sul pavimento.
«L'unico mostro qui, Silas,» disse Etan, la voce che vibrava di una risonanza metallica, «sei tu, che hai confuso la fame con l'amore.»
Silas arretrò, inciampando nei suoi stessi passi. Lo stupore, quella visione della testa di un uomo su un corpo di fanciulla, aveva agito come una secchiata d'acqua gelida, ripulendo la sua mente dai fumi dell'avarizia e della brama. Guardò le pietre sul tavolo, poi guardò il corpo di sua madre, accasciato a terra come un vestito smesso, e infine quel mostro che lo fissava con gli occhi di un principe guerriero.
Il peso di ciò che aveva fatto, o che stava per fare, gli crollò addosso. Con un grido disarticolato, un lamento che non aveva nulla di umano, Silas si voltò e si lanciò contro la porta. Uscì come un folle inseguito dai lupi, sparendo tra il verde cupo dei pini, lasciando dietro di sé solo il suono di rami spezzati e il terrore che gli scorticava i polmoni.
Etan rimase immobile. Il silenzio che seguì fu quasi assordante, rotto solo dal crepitio morente del focolare. Era scioccato. Non si aspettava che la sua sola apparizione potesse devastare un uomo in quel modo.
«Grazie...» La voce di Tsuki fu un soffio lievissimo, una carezza di neve fresca che cadde nel buio della loro mente. Era una gratitudine pura, fragile, che fece vibrare il cuore che Etan stava occupando.
In quel momento, Etan abbassò lo sguardo. La tunica era ancora strappata. Vide il seno nudo di Tsuki, il candore della pelle che sembrava brillare nella penombra della capanna, e un calore improvviso gli salì alle guance. Fu una vergogna infantile, la reazione di un ragazzo che si scopre a violare un tempio segreto. Rialzò subito lo sguardo, fissando il soffitto con una rigidità che rasentava il dolore.
«Il corpo... non è il mio,» mormorò, e la sua voce maschile, uscendo da quella gola sottile, suonò estranea perfino a lui.
Allungò una mano verso il muro della capanna, cercando il contatto con il legno rugoso per ancorarsi alla realtà. Lo toccò, ma non sentì nulla. Non sentiva la consistenza della corteccia, né il freddo dell'umidità. Sentiva solo il proprio viso: il pizzicore della pelle che era mutata, il peso delle proprie palpebre. Il resto del corpo era un involucro sordo.
«Cosa faremo ora?» chiese la vocina lontana di Tsuki, tremante.
Etan non rispose subito. Si guardò intorno, osservando la capanna. Era un tugurio di miseria e calore perduto: le travi di legno annerite dal fumo, i mazzi di erbe secche che pendevano dal soffitto come feticci dimenticati, il disordine dei diamanti-briciole che ora sembravano solo sassi senza senso. Ma era l'unico rifugio che avevano, e ora era diventato una trappola.
«Ci armiamo,» rispose Etan seccamente, cercando di soffocare la confusione.
Si mosse a tentoni, ignorando la strana sensazione di muovere gambe non sue. Trovò un coltello da caccia sporco di grasso su una mensola e una vecchia bisaccia. Con mani tremanti, cercò di coprire il seno di Tsuki, stringendo i lembi della tunica con un pezzo di corda trovato in un angolo. Ogni suo gesto era intriso di una fretta disperata.
Mentre dava le spalle alla porta, concentrato a infilare nel sacco quel poco di pane che era rimasto commestibile, un'ombra si allungò sul pavimento di terra battuta.
La figura di Silas si palesò di nuovo sulla soglia.
Non correva più. Non urlava. Era fermo, la sagoma scura contro la luce accecante del mattino che entrava alle sue spalle. Reggeva qualcosa tra le mani, e il modo in cui il suo petto si alzava e si abbassava diceva che la follia del lupo era stata sostituita da qualcosa di molto più calmo e lenta
L'ombra di Silas sulla soglia si allungò, deforme e tremolante, fino a toccare i piedi nudi di Tsuki. Non impugnava l'arco, né gli strumenti del suo mestiere. Stringeva un pesante bastone di frassino, un pezzo di legno nodoso e grezzo che sembrava l'estensione fisica della sua rabbia cieca.
L'aria all'interno della capanna si era fatta irrespirabile. L'odore dolciastro e metallico del sangue di Martha si mescolava a quello aspro della puzza di pesce che ancora impestava le mani di Tsuki, creando un connubio nauseabondo che faceva bruciare la gola.
«Spirito maligno!» urlò Silas, e la sua voce non era che un rantolo rotto dal pianto e dalla follia. «Hai preso mia madre! Le hai rubato l'anima per farti un nido di ossa! Io ti rimando nel fango da dove sei uscita!»
Si lanciò in avanti. Non era un attacco studiato, era la furia di un animale ferito. Etan vide il bastone roteare nell'aria, pronto a fracassare il cranio che ora sentiva come suo, ma il corpo di Tsuki reagì con una velocità che la sua mente logica non poteva ancora processare.
Fu un riflesso elettrico. Mentre il bastone scendeva, la mano destra di Tsuki scattò in avanti, tesa e rigida come una picca. Le dita non erano più carne; erano diventate una punta di diamante invisibile che perforò lo sterno di Silas con un suono umido e atroce, un crac di ossa spezzate che parve far tremare l'intera capanna.
Il bastone sfuggì dalle dita di Silas, cadendo a terra con un rumore sordo. Per un istante infinito, rimasero incastrati l'uno nell'altra. Silas sgranò gli occhi, il fiato bloccato in gola, e in quel momento di agonia la sua mente sembrò ripulirsi dall'avarizia. Guardò il corpo esanime della madre, capì l'orrore di ciò che aveva permesso, e la sua disperazione divenne una forza sovrumana.
Con un ultimo, violento sforzo, Silas ignorò la ferita al petto e sollevò le mani callose, sporche di terra e di vita dura. Le chiuse attorno alla gola di Etan.
Strinse.
Etan sentì la trachea schiacciarsi sotto i pollici massicci del cacciatore. La vista iniziò a punteggiarsi di nero, il calore del sangue gli salì al volto come una vampa di fuoco. Cercò di boccheggiare, ma non c'era aria, solo il dolore acuto delle vertebre che scricchiolavano. Vedeva il volto di Silas a pochi centimetri dal suo: gli occhi dell'uomo erano pozzi di sofferenza che cercavano di capire perché il mondo fosse diventato così crudele.
«Muori... muori...» rantolava Silas, sputando sangue sulle labbra di Etan.
In quell'istante, il ribrezzo di Tsuki e l'odio di Etan si fusero in un unico grido muto. Il contatto tra la pelle sottile del collo e le mani sudate di Silas divenne il conduttore di un'eruzione magica.
Etan sentì la pressione sulle dita di Silas cambiare natura. Non erano più calde e vive; divennero fredde, ruvide, prive di elasticità. Il grigio cenere della corteccia risalì dai polsi del cacciatore lungo le braccia, risucchiando ogni goccia di umidità e trasformando il sangue in linfa densa.
Silas provò a gridare, ma la sua gola era già diventata un tronco cavo e secco. Le sue mani, ancora serrate attorno al collo di Etan, si bloccarono per sempre in quella morsa assassina, trasformandosi in rami d'ebano contorti e privi di vita.
Etan crollò all'indietro, tossendo e annaspando, trascinando con sé quel peso morto finché non riuscì a divincolarsi dalle dita che ora erano legno pietrificato. Silas rimase lì, al centro della stanza: una statua d'albero scuro, con le braccia protese in un gesto di strozzamento eterno, il volto scolpito in una maschera di terrore che non sarebbe mai svanita.
Il silenzio tornò a regnare, rotto solo dai colpi di tosse archi di Etan e dal rumore dei diamanti di pane che rotolavano sul fango del pavimento.
Etan si toccò la gola, sentendo ancora il fantasma di quelle dita di legno sulla pelle. Tsuki, nel profondo, stava piangendo senza lacrime, scossa da un tremito che partiva dalle ossa.
«Lo abbiamo fatto davvero,» mormorò Etan, la voce ridotta a un graffio.
Alzò lo sguardo verso la porta. Il bosco fuori era immobile, le foglie brillavano sotto un sole che non sapeva nulla del massacro compiuto tra quelle mura di fango e magia. Erano soli, in una casa di statue, e la fuga era l'unica cosa che restava.
Capitolo 4: Il Silenzio della Cenere
Il silenzio che seguì la morte di Silas non era pace, ma una pressione insopportabile. Etan e Tsuki rimasero immobili, il corpo della ragazza scosso da tremiti che non riusciva a controllare. Eppure, in quel caos di sangue e trasmutazione, le loro menti si cercarono.
«Respira, Tsuki. Lentamente,» mormorò la voce di Etan nella loro testa. Non era più il comando di un padrone, ma il sussurro di un naufrago al suo compagno.
«Fa freddo,» rispose lei, a voce alta, con un tono che sembrava venire da un'epoca lontana.
Si mossero come automi. Sapevano che restare lì significava morire, o peggio, essere scoperti. Insieme, coordinando i movimenti con una lentezza innaturale, iniziarono a saccheggiare la capanna di ciò che restava della loro breve pace. Etan usò le mani di Tsuki per raccogliere i pochi risparmi di Martha — piccole monete di rame nascoste in un barattolo di argilla — e infilò in una bisaccia di cuoio del pane secco, del formaggio duro e una vecchia tunica da uomo di Silas per coprire i loro stracci.
Mentre Etan stringeva i lacci della borsa, un rumore secco lo fece sussultare.
Cric.
Non era Martha. Veniva dal pavimento.
I piedi della statua di legno di Silas stavano affondando nel fango, trasformandosi in radici robuste e nodose. Ma la cosa più agghiacciante era la velocità: i rami che una volta erano le sue dita stavano crescendo, allungandosi verso il soffitto e le pareti con la fame di un rampicante millenario.
«Si sta... mangiando la casa,» sussurrò Tsuki, osservando un ramo grigio avvolgersi attorno alla gamba del tavolo ribaltato.
«Dobbiamo andarcene. Ora,» ordinò Etan, sentendo un brivido di terrore puro. «Quella non è più natura, è la tua forza che sta cercando di ancorarsi alla terra. Se restiamo qui, diventeremo parte della radice.»
Uscirono dalla porta barcollando. Non appena misero piede sull'erba, la capanna alle loro spalle diede un violento scossone. Le travi di legno antico iniziarono a scricchiolare sotto la pressione dei rami di Silas che premevano dall'interno, cercando di inglobare ogni cosa: il tetto, i ricordi, persino il corpo di Martha che veniva lentamente sollevato da viticci color cenere.
Tsuki si voltò per un ultimo sguardo, ma Etan le impose di guardare avanti.
Mentre svanivano nel fitto del bosco, il rumore del legno che si spezzava e della terra che si sollevava era l'unico addio che ricevettero. Dietro di loro, la capanna non era più una casa, ma un tumulo di legno vivo e distorto che continuava a crescere nel silenzio della radura.
Il ruscello tagliava la radura come una lama di vetro liquido. Il rumore dell'acqua era l'unico suono in grado di coprire il ronzio ossessivo dei pensieri di Etan. Si erano allontanati dalla capanna finché le gambe di Tsuki non avevano iniziato a tremare per la fatica, e solo allora lui aveva deciso di fermarsi.
Etan prese il controllo del corpo. Fu una transizione fluida, ma il peso della responsabilità gli schiacciò il petto. Quando sfilò la tunica di Silas, pesante e impregnata dell'odore acre del bosco, si ritrovò a fissare un corpo che non gli apparteneva, esposto al freddo dell'aria autunnale.
Immerse lo straccio nell'acqua gelida. Sapeva, per logica, che quel freddo avrebbe dovuto mozzargli il fiato, ma per lui era come guardare un'immagine in un libro.
«Etan... fa piano,» sussurrò la voce di Tsuki nella loro mente. Era un sussurro teso, carico di un'elettricità nervosa. «L'acqua punge come spilli.»
Etan appoggiò lo straccio sulla spalla di lei. I suoi occhi registrarono immediatamente la pelle d'oca che fioriva sul candore delle braccia, vide il sussulto dei muscoli sotto il tocco gelido, ma il suo cervello non ricevette alcuno stimolo. Era un chirurgo che operava attraverso un vetro.
«Cerco di essere delicato, Tsuki,» disse Etan ad alta voce. La sua voce profonda, uscendo da quel collo sottile, parve stonare con la fragilità della scena. «Ma capiscimi: io vedo la tua pelle che cede sotto le dita, vedo l'acqua che scorre, ma non sento la tua temperatura. È come cercare di manovrare un manichino di seta senza poterlo toccare davvero.»
Spostò lo straccio verso la base della gola. Lì, i segni violacei lasciati dalle dita di Silas erano come macchie d'inchiostro che rovinavano una pergamena preziosa. Etan sentì una fiammata di rabbia e, senza rendersene conto, aumentò la pressione per cancellare quell'orrore.
«Ahi! Fermati!» Tsuki non lo pensò, lo gridò. Si scostò bruscamente, facendo quasi perdere l'equilibrio a entrambi. «Mi stai scorticando, Etan! Che ti prende?»
Etan ritrasse la mano, fissando le dita di Tsuki che lui stesso stava muovendo. «Scusa. Davvero, Tsuki. Non riesco a calibrare la forza. Per me è come se stessi strofinando una pietra, non sento la resistenza della tua carne. Non lo faccio apposta.»
Tsuki respirò affannosamente. Etan vedeva il suo petto alzarsi e abbassarsi, sentiva il cuore di lei battere come un uccello in gabbia, ma quel battito era un'eco lontana. La ragazza si impose di calmarsi, guardando fisso l'acqua che scorreva.
«Ascoltami, Etan,» disse lei, e il suo tono era diventato secco, venato di quel cinismo che usava come scudo. «Capisco che tu sia un "ospite" e che questa per te sia solo una macchina da guidare. Ma guarda come reagisco. Se arrossisco, stai premendo troppo. Se tremo, vuol dire che ho freddo. Usa quegli occhi che ti ritrovi, visto che il resto dei tuoi sensi è rimasto al castello.»
Etan chinò il capo. Per un istante, la sua dignità sembrò vacillare davanti a quella logica brutale. «Hai ragione. Sono stato negligente. Mi sono concentrato sulla pulizia e ho dimenticato che tu sei qui dentro con me.»
Riprese il lavaggio, ma stavolta con una lentezza quasi esasperante. Studiava ogni minimo cambiamento della pigmentazione, ogni contrazione dei pori. Era una danza silenziosa tra la sua vista e il dolore di lei.
«Va meglio così?» chiese lui, passando lo straccio con la leggerezza di una piuma lungo il fianco di lei.
«Diciamo che sei passato da macellaio a spettatore distratto,» rispose Tsuki, e sebbene il tono fosse tagliente, il suo corpo si rilassò leggermente sotto quel tocco più cauto. «È una sensazione orribile, sai? Sentire le mie mani che si muovono su di me e sapere che non sono io a volerlo. Sento la tua attenzione, Etan. È... invadente.»
«Lo so,» mormorò lui, strizzando lo straccio. «Ma siamo incastrati in questo inferno insieme. Almeno ora non puzzi più di quel boscaiolo.»
Si rivestirono in fretta, lottando con i vestiti di Silas che pungevano la pelle di Tsuki. Lei imprecò per la ruvidezza della lana, mentre Etan cercava di capire come non inciampare nei pantaloni troppo lunghi.
